parole di sabbia

aa.vv.
parole di sabbia
Il Grappolo   2002

giuseppe muscardini

Narrano le cronache dell’Ottocento del ritrovamento di una mummia egizia in una imprecisata Valle di Abdelgundo. Trasportata a Ferrara dopo l’Unità nazionale, la mummia fu collocata nelle sale del Patrio Museo, dove l’esposizione al pubblico creò presto problemi di igiene: le bende si deteriorarono e nei locali si diffusero insopportabili miasmi. Venne così disposto un esame accurato della mummia: nominato per l’occasione un patologo che ispezionò il corpo millenario, fu ritrovata all’interno una sedimentazione di sabbia. Fuor di metafora, questa storia potrebbe far pensare ad un’intima ribellione della specie quando è sradicata dai luoghi d’origine, una fase oppositiva dell’individuo prolungata nel tempo e oltre la morte. Ma con maggior senso lirico, escludendo il fastidioso pensiero di una corruzione in corpore vili, questa storia può richiamare l’efficacia dei noti versi leopardiani contenuti in All’Italia: Alma terra natia, la vita che mi desti ecco ti rendo.

Allora la sabbia diviene il viatico per un altrove che ci appartiene, una sabbia che permane nel tempo, si stratifica nella coscienza e magicamente diviene strumento scrittorio delle emozioni di quanti sono costretti ad un’esistenza fuori dai confini. Sabbia come elemento di congiunzione melica, struggente e palpabile, tanto palpabile che scivola fra le dita e rimane percezione tattile e immaginativa. Le pagine di questi autori sono vergate con parole di sabbia, fissate per una volta sulla carta e non sulla battigia di una spiaggia, dove l’acqua del mare, avanzando, può scioglierle e cancellarle per sempre.

L’idea della sabbia come filo rosso che unisce l’eterogenea vocazione alla scrittura di autori cosiddetti migranti, non può che suggerire evocazioni di luoghi lontani. Eppure, l’assaggio della produzione creativa dei dieci autori raccolti in questo libro, muove pensieri di vicinanza, di intima coesione, di comprensione per i frequenti travagli di uomini e donne costretti dai fatti e dal tempo a vivere fuori dall’alma terra natia che li ha partoriti. Se questo avviene, se questi autori ci paiono più vicini con le loro parole di sabbia, non è solo perché sanno scrivere nella nostra lingua, ma perché mai come in questo momento la sabbia sollevata dal vento in luoghi lontani porta con sé scellerate idee di guerra, di distruzione, di bombe che i media ci dicono essere intelligenti, quando in realtà sono manovrate dalla più ottusa ignoranza.

Le gustose storie e le liriche dell’irakeno Yousif Latif Jaralla, dell’algerino Tahar Lamri, del tuareg sahariano Hawad, catturano il lettore per il loro carico di umanissima diversità con cui misurarsi, con cui fare i conti nel tentativo di capire questo mondo dove le idee e i costumi non sono uguali, ma proprio per questo sono da rispettare. Non meno intensa la produzione dell’italo-argentina Sandra Clementina Ammendola e della brasiliana Christiana de Caldas Brito, dell’africano Kossi Komla-Ebri, di Carmine Abate, nato in una delle antiche comunità calabresi di orgine albanese dove ancora si parla un dialetto del XV secolo, del più nostrano Alberto Masala (sardo, ma di lingua madre logudorese), dell’occitano Serge Pey, originalissimo poeta che è solito incidere i propri versi su bastoni di castagno, con la stessa pazienza con cui i nomadi del deserto sahariano, usando il coltello, ornavano i bastoni delle loro tende, piantati poi con forza nella sabbia del deserto.

Si ritorna così, per un bizzarro gioco di similitudini, al pertinente titolo di questa raccolta dove si esprimono differenti sensibilità, e dove la religione, le consuetudini, le stesse opinioni ispirate da una parlata piuttosto che da un’altra, sono prodigiosamente sinonimo di una tensione ecumenica verso la vita. Non certo verso la guerra.

Giugno 2003