Recensioni

Piccola intervista

Hannah Jonà Listieva
Piccola intervista – sull’eleganza del fiore che muore
Albatros        2010

raffaele taddeo

Il contenuto del testo di questa scrittrice di origine russa  ci riporta ai primi anni della letteratura della migrazione quando si percepiva che gli immigrati facevano una grande fatica ad entrare in rapporto con gli italiani e alcuni di loro, quelli con maggiore spessore culturale, sceglievano la scrittura come strumento per poter esprimere il loro disagio. La scrittura di quel periodo prodotta dagli immigrati risentiva di questa urgenza e  necessità esistenziale risolvendosi in autobiografia che spesso non si poneva neppure l’ipotesi di una composizione letteraria.
Molti avevano risolto la loro comunicazione attraverso racconti di episodi avvenuti in Italia o comunque vissuti dopo essere usciti dal territorio di nascita; è il caso di “Io venditore di elefanti” oppure di “Princesa”; altri avevano scelto di esprimere la loro condizione nel paese da cui erano partiti per giustificare il percorso migratorio. Fu il caso di “Volevo diventare bianca”, “Lontano da Mogadiscio”.
Successivamente la letteratura della migrazione si era “emancipata” offrendo testi che si ponevano l’obiettivo della letterarietà  liberandosi da una stretta e marcata composizione solo autobiografica  e creando romanzi o racconti ove la biografia era sussunta da intrecci più ampi ed articolati.
Certamente per tutti la scrittura era diventata una forma di liberazione ed una necessità per sublimare avversità, disagi che non si sarebbe mai pensato di dover sopportare.
Piccola intervista di Hannah  Jonà Listieva risente della necessità di fare della scrittura lo strumento di fuoruscita dalla propria condizione di isolamento culturale più che relazionale e di cercare modi e mezzi per entrare in un circuito di rapporti meno legati solo e solamente alla dimensione della ricerca di mezzi economici per vivere e sopravvivere.
Il testo non è organizzato come un racconto autobiografico, ma a mo’ di intervista. E’ chiaro che non sapendo chi è colui/colei che pone domande, queste non possono che essere state   confezionate in rapporto alle risposte che si volevano dare, cioè in rapporto a che cosa si voleva dire su un qualche argomento.
La forma dell’intervista, che è di moda soprattutto nel campo giornalistico e dei media televisivi (che tempo che fain mezz’ora,  trasmissioni che dimostrano chiaramente  questa linea di tendenza), è meno seguita in campo letterario, anche perché più difficile che possa assumere la valenza letteraria.
E’ quindi un atto di coraggio da parte dell’autrice averlo fatto forse anche con la consapevolezza dei rischi che correva nel limitare il numero di coloro che potevano essere incuriositi perché la società in cui viviamo ha ancora bisogno e desiderio di narrazioni, come direbbe Niki Vendola, che la faccia sognare più che di ragionamenti.
Questa “auto intervista” esprime però alcuni elementi importanti che delineano la posizione dell’autrice, ma forse anche di un immigrato che proviene dall’esperienza del regime comunista. La propaganda occidentale ha fatto dell’Europa dell’Est comunista, specialmente dell’URSS, un mondo infernale a cui si contrapponeva l’Occidente come mondo paradisiaco. Il testo di Hannah Jonà Listieva scalfisce, quasi pagina dopo pagina, questa facile credenza, non perché l’autrice si dichiari entusiasta dei regimi comunisti, anzi, ma perché riporta tutta la dimensione della vita di una persona, della sua felicità, della possibilità di una sua vita sopportabile e “decente”, non alle Istituzioni politiche da cui viene gestito o dominato, ma alle relazioni che si riescono a stabilire.
Sono le relazioni umane fra i singoli quelle che salvano l’uomo in qualsiasi sistema politico si trovi.
Il sistema liberale occidentale non è il paradiso come il sistema comunista, ormai lontano, non era l’inferno. Il passaggio “dal comunismo al consumismo” non sempre fa fare dei salti migliorativi   nella qualità della vita, qualche volta i salti sono anche peggiorativi.
Un altro aspetto che sottilmente emerge da ogni pagina è la pesante critica al sistema religioso che nella gerarchia, quella più vicina alla gente cioè i sacerdoti, non sempre riesce ad essere all’altezza dei compiti che un cristianesimo dovrebbe avere, e forse anch’essi sono rimasti un po’ impreparati  per l’arrivo di tanti stranieri che li ha costretti ad uscire dalla dimensione di una religione chiusa e stereotipata. Anche i preti non sono riusciti a capire il fenomeno dell’immigrazione e non sono riusciti ad assumere qualche volta la capacità di andare oltre il colore della pelle o il suono della flessione linguistica.
Infine ancora una volta emerge il fatto che la società italiana  sottovaluta la preparazione culturale degli stranieri che arrivano in Italia. Non è solo la burocrazia, la norma a ignorare la capacità culturale degli  stranieri, così che noi abbiamo stranieri laureati in tutte le discipline che fanno i muratori o le badanti, ma sono gli stessi italiani che fanno fatica a ipotizzare che anche in altri territori si possa studiare duramente, che anche in altri territori oltre i confini nazionali si possa diventare colti e preparati.
L’autrice nell’intervista riesce anche a prendere posizione sul campo politico, e seppure in forme delicate, a dare giudizi. Anche questo è una novità perché negli scritti della letteratura della migrazione la presa di posizione politica è sempre molto cauta, ma molto cauta.

13-10-2010

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi "Il carro di Pickipò", ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa "La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione".
In e-book è pubblicato "Anatomia di uno scrutinio", Nel 2018 è stato pubblicato il suo romanzo "La strega di Lezzeno", nello stesso anno ha curato con Matteo Andreone l'antologia di racconti "Pubblichiamoli a casa loro". Nel 2019 è stato pubblicato l'altro romanzo "Il terrorista".