Rhoda

Igiaba Scego
Rhoda
Sinnos    2005

raffaele taddeo

Rhoda vuol essere un libro, un romanzo sperimentale, almeno nella sua impostazione. E’ organizzato a cerchi paralleli che si sovrappongono, si incontrano e si scontrano.

Cinque parti più un epilogo nelle quali i narratori, sempre quelli in ogni scansione, riprendono ogni volta una successiva sequenza narrativa da un loro punto di vista.

La trama del romanzo è semplice e ripropone sotto molti aspetti un clichè: ragazza di origine africana che si prostituisce, si ammala di Aids e poi si redime  finendo per morire.

Il testo assume un interesse  particolare perché è  possibile rintracciarvi elementi significativi per la comprensione delle problematiche vissute dai cosiddetti immigrati di II generazione ( anche se non nati in Italia), cioè di quelli che hanno fatto un percorso scolastico nelle strutture formative italiane e che perciò dovrebbero aver intrapreso, aver iniziato, il processo di assimilazione della cultura italiana.

Si coglie, dalla lettura del romanzo, il doppio binario che gli immigrati intraprendono e che diventa più marcato e con minori toni grigi, proprio nei figli di coloro che sono giunti in Italia da qualche tempo.

Infatti accanto alla accettazione entusiasta dei modi di essere della vita italiana, della comunità ospitante,  c’è sempre chi manifesta e vive un rifiuto,  più o meno radicale, della cultura in cui si è trovato a nascere o in cui ha percorso i momenti formativi più importanti.

D’altra parte il fatto che in Inghilterra i terroristi erano cittadini inglesi, nati in Inghilterra, è una prova di quanto pericolo è insito in questo atteggiamento di rifiuto e ripulsa. Ma anche ciò che sta accadendo in questi giorni di novembre a Parigi mette maggiormente in risalto una situazione a cui non si è preparati e che libri come quello di Igiaba Scego mettono a nudo facendo intuire e intravedere elementi che inducono a profonde riflessioni.

E’ forse su questo fenomeno che sociologi e politici dovrebbero concentrare gli sforzi di comprensione per prevenire azioni radicali di rifiuto che possono essere molto pericolose come i nostri giorni stanno dimostrando.

Ma questi sono essenzialmente elementi di ordine sociologico che, pur importanti, non possono esaurire l’analisi di un testo narrativo che proprio perché tale vuole porsi anche come fatto letterario.

Nella scrittura di Igiaba Scego, e quindi anche in questa opera, emerge con significatività l’aspetto della materialità, del corporale come determinante nel poter cogliere il proprio essere e quello degli altri; ma è pure determinante nell’assumerli come processi di trasformazione e maturazione.

Questo elemento si era già manifestato con molta evidenza e chiarezza nei racconti apparsi in precedenza, ma anche in questa prima esperienza di romanzo la fisicità rimane il dato saliente di lettura poetica e letteraria del suo prodotto narrativo.

I disagi corporali, i travolgimenti fisici,  il linguaggio che  insiste in special mondo su un gergo giovanile, materiale e a volte volgare,  rappresentano il tessuto connettivo della scrittura dell’italo-somala.

Come esemplificazione riportiamo alcuni brevi passi presi qua e là: ” “Rhoda..schiaffeggiò violentemente la sorella minore. Aisha sentì volare pezzi del viso per tutta la stanza. Un pezzo di guancia a Est, l’altro a Ovest, l’orecchio sinistro a Sude il mento a Nord. Il dolore fisico era stato intenso.” Oppure  “Barni rimaneva lì seduta…le sue membra erano contratte e il suo stomaco in subbuglio”. Ed ancora “Riprovò lo stesso brivido della prima volta. Il suo corpo ne fu devastato. La cosa la eccitava ancor più dei peli.” ” Perché la pipì delle vecchie megere puzza come una discarica a cielo aperto?”.  Infine, ma non come ultimo si legga questo passo: “La sera, pensò Pino, doveva essere un quartiere animato da burattinai pazzi e da pizzerie festanti. Si sentì felice. Ma durò un attimo. Poi cominciò a prenderlo il solito strazio alle budella che lo coglieva  sempre quando stava per incontrare Rhoda. Uno strazio che cominciava dall’esofago, strozzandolo, e finiva nel colon, finendolo.”

La preminenza del fisico è tanto più significativa quanto più essa è in contrasto con il tessuto culturale  e letterario dell’Occidente.

Perché quand’anche nella narrativa europea si sottolinea la materialità, essa rimane come fine a se stessa. E’ così in Boccaccio, in Teofilo Folengo, in De Sade, in  Rabelais, ove vi è  una “riabilitazione della carne” in contrasto con l’ascetismo medioevale; si ha un processo di riscatto della materia  per sottrarla a quella condizione manichea che da sempre ossessiona la cultura occidentale.

Si rimane sorpresi e sotto molti aspetti si fa fatica ad accettare, pur con questi precedenti letterari, come Igiaba Scega tratti la fisicità. Questa infatti è vista come struttura umana del possibile  cambiamento.

Siamo abituati a comprendere il mutamento a partire dalla metanoia; ogni trasformazione, conversione è prima di tutto un fatto mentale, a cui poi segue un comportamento fisico.

Nell’autrice di origine islamica sembra avvenire un percorso inverso.

E’ l’esperienza fisica che avverte dei disagi e poi produce cambiamenti e comportamenti divergenti di ordine mentali, produce nuove convinzioni.

Pino sente lo sconvolgimento corporeo prima di dare ascolto ai suoi sentimenti e questi sono determinati da quello e non viceversa.

Il trattamento letterario di questa tematica è però difficile. E’ inevitabile che spesso lo stile possa non essere elevato, la terminologia a volte è troppo volgarizzata, come è pure difficile che da esso si generi una poesia.

La materia,  spesso, può far scaturire il comico, la meraviglia, lo stupore; perché si arrivi alla poesia, che in sé è quanto di più astratto ci possa essere, proprio perché universale,   bisogna lavorare molto. Igiaba Scego si sta ponendo un difficile obiettivo davanti a sé.

Il testo risente di questa fatica e ricerca che non sempre risulta equilibrata.

La maturazione la porterà a sempre più raffinare la sua scrittura e a farla diventare più letteraria e artistica.

20-11-2005