Rosso come una sposa

Anilda Ibrahimi
Rosso come una sposa
Einaudi   2008

raffaele taddeo

La comunità albanese in Italia si sta distinguendo perché sta esprimendo scrittori  di un certo spessore. Alcuni sono riusciti a far pubblicare le loro opere da case editrici importanti come è il caso di Ornella Vorpsi e di Anilda Ibrahimi, altri certamente di non minore bravura hanno avuto accoglienza presso case editrici meno prestigiose anche dedite a un significativo compito di valorizzazione della produzione letteraria italiana di stranieri che, imparato l’italiano in Italia, si esprimono letterariamente nella lingua del paese ospitante.   E’ così con il poeta Gezim Hajdari, ma lo è anche con lo scrittore Ron Kubati o Artur Spanjolli.
Questi scrittori a volte esprimono tematiche similari, a volte strutture narrative omologhe pur con modalità diverse.
La struttura della saga familiare sembra un’organizzazione narrativa comune. Lo è in Spanjolli, sotto alcuni aspetti anche in Ron Kubati, e lo è anche in Anilda  Ibrahimi, che in questo primo romanzo “Rosso come una sposa”  abbraccia quasi un secolo di storia di una famiglia con tutte le sue vicende, con i fatti positivi e negativi.
La tensione  allo scrivere degli albanesi immigrati in Italia penso che abbia origine dal forte  shock derivato dal rapido passaggio da una organizzazione sociale arcaica ad un’altra moderna che guarda all’Occidente come meta da vivere da subito più che da conquistare o sognare. Il repentino trovarsi in una modalità sociale lontanissima da quella dei loro padri si accompagna quasi ad una sorta di nostalgia che lavora l’io e non lo lascia tranquillo fino a che non esterna e non rivive , anche romanticamente, attraverso la scrittura quei momenti lontani nei quali   chi viveva  non poteva che vivere da eroe.
Epoche rivissute nell’immaginario letterario come dense di valori che la modernità distrugge.
Da questo punto si vista nel romanzo di pone una doppia dialettica fra arcaicità e modernità, una prima in dimensione sincronica ed un’altra  diacronica. Quella sincronica che è posta nella prima parte del romanzo si organizza sull’opposizione fra città e campagna, fra città e piccolo paese, dove i perdenti, in qualche modo, sono coloro che hanno lasciato  e abbandonato il paese d’origine. E’ così per Afrodita, figlia di Meliha che non riesce ad avere figli, non tanto per sua impossibilità, si insinua, quanto piuttosto per scelte di vita che alla fine non le concedono la maternità. Suo marito un medico diceva: “Afrodita, c’è tempo per i figli, dobbiamo goderci un po’ la vita”. Le aveva dato medicine “alla francese” per non fare figli. Se fosse stato “alla turca” avrebbe fatto subito dei figli.

Per la sorella di Afrodita, Saba, “alla turca voleva dire come vuole la tradizione, come si è sempre fatto. In vece alla francese erano tutte le mode nuove”: Dialettica e opposizione fra tradizione e modernità, ove il rimprovero implicito alla modernità è presente ed espresso dagli esiti delle vicende in cui si manifesta questa opposizione.
Ma è così anche per Esma che oltre a sposare un colonnello è colpevole di amare il suo uomo in maniera insolita, quando tutte le donne di Kaltra, il luogo ove si snoda la vicenda familiare della prima parte del romanzo, si sposavano secondo i desideri dei genitori e poi l’amore poteva venire dopo; è colpevole perché cura la sua persona così da rendersi attraente e soddisfare appieno  il marito quando ritorna dalla città.
Sarà accusata vigliaccamente e ingiustamente di “kurvëria”, cioè di  “comportarsi come non dovrebbe una donna onesta”  e la “modernità” non sarà capace di riscattarla perché vincerà la tradizione. Il colonnello, pur a malincuore e sapendo di fare un’azione ingiusta, la ripudierà. Ma è stata la comunità a voler punire questa donna sfacciata e temeraria che si permetteva di infrangere le sue tacite modiche regole di vita contadina.
In questa dialettica fra tradizione e modernità è la tradizione che esprime tutta la sua grandezza e la sua valorialità, pur in mezzo a tragedie, che hanno la funzione di rendere più epica e intensa la vita di quei tempi.
La seconda dimensione dialettica, che chiamerei diacronica, si ha nella stessa organizzazione  e struttura del romanzo. La prima parte ha un narratore esterno, che rende più mitica quella narrazione, la seconda parte si presenta con un narratore interno, che ha la funzione di avvicinare maggiormente al lettore la vicenda e farlo partecipe attraverso la protagonista.
In questa seconda parte ogni aspetto mitico vien meno,  anche la storia politica che era vissuta quasi eroicamente è sovvertita.
La stessa Saba, protagonista insieme a Meliha della prima parte del romanzo, si dibatte fra modernità e tradizione, così da coprire le scappatelle della nipote e nel contempo continuare il rito secolare di raccontare ai morti tutto quanto accade nella loro famiglia perché non siano all’oscuro di nulla. A Kaltra lo si faceva andando al cimitero  dove erano sepolti i morti di famiglia, a Valona lo si può fare anche a casa, purchè si continui questa tradizione che rende i morti continuamente vivi.
Chi rispetta i morti ha poi una grande rispetto anche della vita e dei vivi.
In tutto il romanzo è dominante la centralità della figura della donna, sia nella prima che nella seconda parte.
Certamente il fatto che il romanzo sia stato scritto da una donna fa guardare gli avvenimenti dal punto di vista della donna e quindi facilita la costruzione di figure femminili dominanti. E tuttavia emerge la sottolineatura che il cemento, il tessuto legante della società arcaica è la donna. Sarà Meliha che, pur  sacrificando gran parte del patrimonio della famiglia farà in modo che non scatti la legge del “kanun” – legge tribale secondo cui se si versa del sangue bisogna ripagare col sangue della famiglia che ha offeso fino alla settima generazione – quando suo marito aveva incidentalmente ucciso un ragazzo di una famiglia di Kaltra. Per allontanare definitivamente qualsiasi minaccia futura fa in modo che le due famiglie si leghino con vincoli matrimoniali e quindi di  sangue di vivi piuttosto che si odino per sangue di morti.
Infine un’ultima caratteristica del romanzo che lo rende agile anche nella lettura. La saga familiare non viene raccontata secondo una scansione temporale ordinata e serialmente disposta, ma ad episodi ove il tempo è una variabile indipendente.

Milano 01-12-2009