Spine nere

 

Gezim Hajdari
Spine nere 
Besa Editrice – Nardò (LE) 2004,
pp. 105 – 10 €

raffaele taddeo

Gezim Hajdari ci propone nell’ultima raccolta Spine nere una poesia modellata con modalità spesso nettamente diverse da quelle delle raccolte precedenti. Cambiano temi, oggetti, parole chiave. Rimane immutato il ritmo e la musicalità, elementi peculiari della poesia di Gezim.
Intanto il poeta sembra uscire dal suo io e incomincia a fare i conti con la quotidianità, con le piccole cose che diventano elementi epifanici di una condizione universale dell’essere uomo. La vicina di casa, le finestra, sono esempi significativi di questo modo di far poesia.
Poi l’attenzione si sposta dal proprio corpo, dal proprio sentire, al corpo, al sentire dell’altro. Può essere la madre, una donna. E’ poco significativo, perché è cifra poetica questo inglobamento altrui nella condivisione dello straniato.
Il poeta non ritorna su se stesso, ha bisogno che altri l’accompagnino, lo affianchino in questo viaggio di dolore ed espiazione.
Gli elementi simbolici intensi, corporei, materiali che dominavano nelle raccolte precedenti (pietra, sassi, pioggia, vento..) si stemperano in visioni naturali (melograno, gelso, biancospino) che inducono e introducono ad elementi di più significativa speranza.
Anche in questa raccolta ci sono squarci di pura lirica, fatta di pochissimi versi ricolmi di senso e significato.
Si prenda per esempio “quella mela rossa/dimenticata sui rami denudati dell’autunno/è il mio cuore appeso”, che, di ungarettiana sintonia, prorompe per la ricchezza semantica.
I versi di Gezim sono a schema libero, anche la divisione delle strofe non risponde ad una struttura schematica, piuttosto ad un ritmo di musicalità interiore.
L’elemento formale su cui il poeta italo-albanese gioca molto per dar corpo alla forma poetica è quella dell’assonanza. Non è indifferente questo fatto perché è proprio a partire da questa modalità tecnica che è possibile risvegliare echi interiori di sentimenti e di meditazioni poetiche.
In questa raccolta appaiono due brevi poemetti. Il primo intitolato Spine Nere, il secondo Occidente, dov’è la tua besa?.
Non è indifferente questa sperimentazione perché Gezim aveva rivelato una sicura capacità poetica nella composizione della forma lirica, cioè nel racchiudere in pochi versi, in un crogiuolo di parole, forti cariche emotive senza dover ricorrere a descrizioni o storie. La lirica è strutturata per fornire molteplicità semantiche nelle quali il lettore riesce a ritrovarsi agevolmente.
Il poemetto, invece richiede la storia, la narrazione e il suo esito è essenzialmente metaforico. Nel poema la tensione del lettore non si esaurisce in un momento, ma richiede di dilatarsi temporalmente e mantenersi fino alla fine per entrare in sintonia col poeta e cogliere il significato metaforico della lettura fatta.
E’ quasi una sfida a cui il poeta si è sottoposto per scoprire le sue potenzialità ed espressività poetiche. D’altra parte ogni poeta, degno di dirsi tale, si è imposto la sperimentazione e la ricerca, pena l’esaurimento della propria vena ispirativa. Il risultato è significativo e lascia in attesa di offerte poetiche altrettanto appaganti come quella della lirica.

Giugno 2004