Poesia transnazionale

Stare di casa

Stare di casa entre deux langues. Pascal Gabellone e le labili frontiere della poesia

Sai chi sono? che lingua
ancora mi viene?
Labili frontiere si aprono a chi
Passa

P. Gabellone, L’inhabité

Secondo Gianni Celati, che di Lino Gabellone – poi Pascal, come professore a Montpellier e poeta francofono – è stato in gioventù amico e compagno di avventure traduttive (folgoranti quelle céliniane), oggi “gli autori non sono più chiamati a rappresentare una lingua nazionale; bensì l’eterogeneo brulichio delle lingue, le frontiere erranti della letteratura”. Gabellone, che con la sua recente raccolta Qualche linea blu, qualche traccia di cenere (Ensemble 2017) si è guadagnato il premio Montano, ha praticato quelle frontiere fino a scegliere per l’ultima raccolta, vero e proprio lascito poetico-testamentario (l’autore è scomparso due anni fa), il francese come lingua di approdo definitivo. La dimensione abitativa, la casa, la stanza, il dimorare, temi ricorrenti nella sua opera, si colorano qui di tonalità filosofiche per la prossimità ad alcune tesi di Martin Heidegger, il filosofo che riconosceva nel linguaggio la “casa dell’essere”. Di Pascal Gabellone proponiamo di seguito alcune composizioni, in italiano e in francese, che segnano le tappe di un viaggio che, pur compiuto tra nazioni confinanti di una medesima comunità e tra idiomi storicamente e geneticamente affini, implica comunque la dimensione metaforica dell’esilio e del naufragio. La casa, nei suoi versi, è più spesso vuota e tende a slentare i confini parietali fino a dissolverli in uno spazio aperto. Il poeta che migra – come il profugo, come l’esiliato – può trovare nella lingua il proprio centro di gravità, l’ubi consistam, e finire per abitarla – scriveva Cioran – in luogo della casa, della nazione.
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Passi d’ombra
(a mia madre)

Se un filo d’esilio
di nuovo accende, non lontano,
il fuoco della terra,
(luce, ora, alla caduta
d’un certo misterioso crepuscolo)
a te viene l’ultima voce
risuonante nel vuoto
della stanza,
verso te risalgono
ombre di pensieri, quando fievole
è il pensare

*

L’erba

Cresce l’erba oltre il vento aperta
in fremito notturno.

Linea d’acqua
trasfigura in luce.

Primavera già spesa
a passare.

Nel passo
improvvisa l’assenza di dimora

*

Paesi profondi
1

Uno sapeva, lontano.
Taceva nel ricordo
del paesaggio annullato.
Forse in quel grigio d’acque
era la sua casa.
In essa
galleggiava un tronco
antico

da Pascal Gabellone, L’inhabité [édition bilingue], PREVUE, Montpellier 1993
tradotto in francese da Franc Ducros

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quelque chose est tombé sous l’emprise du nom,
comme un sceau, une brûlure. Arbre, dans le monde
lointain. Mot, dans la cavité sonore de l’âme. Vent de
toutes directions, soufflant la maison hors du ciel. Puis,
c’est la pure nuit. Puis le jour…

qualcosa è caduto in balìa del nome, come un sigillo,
una bruciatura. Albero, nel mondo lontano. Parola,
nella cavità sonora dell’anima. Vento di tutte le
direzioni, che soffia la casa fuori dal cielo. Poi, è la pura
notte. Poi il giorno…

*
Au pied et au front,
ma patience

Venez, prenez pied
à l’affût de ces
cendres.
Écoutez l’au-delà
de ce chant

Dans la maison en désordre,
la voix qui tremble,
la vaisselle amoncelée
et l’ange parti

Tout est en demeure :
comme une connaissance
des places et des absences

 

Al piede e alla fronte,
la mia pazienza

Venite, prendete posto
in agguato su
queste ceneri.
Ascoltate l’al di là
di questo canto

Nella casa in disordine,
la voce che trema,
i piatti accatastati
e l’angelo andato

Tutto è a dimora:
come una conoscenza
dei posti e delle assenze

*

Puis, sans retour.
Sauf si
la main t’élague.
Le jour en instruit un autre jour,
la nuit en donne connaissance
à une autre nuit

Puis, sans retour.
Comme un oeil, une main
inscrite sur l’exil.
La maison vide
croît alentour

 

Poi, senza ritorno.
A meno che
la mano
ti sfrondi.
Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia

Poi, senza ritorno.
Come un occhio, una mano
iscritta sull’esilio.
La casa vuota
cresce intorno

*

Filaments du monde :
oui, filaments
perdus dans l’orbite
du noir –

accrochés à la maison
vide, oscillant
dans la brève musique

Et un bras, une nuque
dans l’étreinte de l’étau
amoureux : une chair
venue du ciel sur terre
(a miracol mostrare ?)

 

Filamenti di mondo
sì, filamenti
persi nell’orbita
del nero –

abbarbicati alla casa
vuota, oscillanti
nella musica breve

E un braccio, una nuca
nella stretta della morsa
amorosa: un corpo
venuto dal cielo sulla terra
(a miracol mostrare?)

*

La poussée du sureau : calme,
et vide à sa façon.
Une heure donne fond ;
de fond en comble elle imite
l’achèvement du temps,
la fuite de l’interminable

La maison occupe l’air
et introduit au feu,
vide à sa façon.
Tu as encore un corps semble-t-il
mais ne demande rien
sinon la fuite, l’impasse sans fin.
Plutôt vestige où l’âme tremble
d’un froid de couteau, plutôt
dépouille d’ancienne apparence
dans une chaleur irréversible

Continue de tenir
arrimé à tes chemises
bleues,
ne te confonds pas aux cendres

 

La crescita del sambuco: calmo,
e vuoto a modo suo.
Un’ora dà fondo;
imita il compimento del tempo,
da cima a fondo,
la fuga dell’interminabile

La casa occupa l’aria
e introduce al fuoco,
vuota, a modo suo.
Hai ancora un corpo, pare
ma non chiedere
altro che la fuga, l’infinita via senza uscita.
Piuttosto vestigio in cui l’anima tremi
di un freddo da coltello, piuttosto
la spoglia di un’antica apparenza
nel calore irreversibile

Continua a resistere
aggrappato alle tue
camicie blu,
non confonderti alle ceneri

 

da Pascal Gabellone, Qualche linea blu, qualche traccia di cenere, Ensemble, Roma 2017
tradotto in italiano di Margherita Orsino

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Pascal Gabellone