Tè al samovar. Voci dal gulag sovietico

Ingrid Beatrice Coman
Tè al samovar. Voci dal gulag sovietico
Harmattan Italia –Torino   2008

 maria cristina mauceri

Tè al samovar. Voci dal gulag sovietico è il secondo romanzo della scrittrice di origine romena Ingrid Coman. Nata in Romania nel 1971, a 23 anni Coman si è trasferita in Italia portando con sé e continuando a coltivarla una grande passione per la letteratura.  Ha esordito nel 2005 con il romanzo La città dei tulipani (Tufani) a cui ha fatto seguito la raccolta di racconti Non spegnete la luce (Libreria Editrice, 2008) che contiene testi già pubblicati su riviste on-line e anche inediti. In questi tempi così bui ricordiamo il bel racconto Gente per bene[1], monologo di un ex-professore romeno che si ribella alle umiliazioni che deve subire da immigrato e per salvare la sua dignità ritorna in Romania.
Una caratteristica di Ingrid è la propensione ad ambientare le sue opere, anche se non tutte,  non nel suo paese d’origine o in Italia, dove peraltro ora non vive più essendosi trasferita a Malta, ma in un “altrove” martoriato dalla guerra come l’Afganistan del romanzo d’esordio o da una dittatura, infatti Tè al samovar  si svolge in un gulag della Russia comunista.
Coman è cresciuta sotto uno dei più brutali regimi totalitari dell’Est europeo dove gli oppositori venivano chiusi in campi di lavoro forzato, ma il suo romanzo è ambientato a Kolyma, la famigerata prigione miniera sovietica in Siberia. La Storia fa spesso da sfondo alle opere degli scrittori translingui che provengono dai Balcani, si pensi ad esempio scrittrici al romanzo Le lezioni di Selma di Sarah Z. Lukanic (2008),  alla raccolta di racconti Prigionieri di guerra (2007) di Tamara Jadrejčić al recentissimo E seFuad avesse avuto la dinamite di Elvira Mujčić, ambientati all’epoca della guerra dei Balcani mentre gli scrittori albanesi Ron Kubati in Va e non torna (2000) e Ornela Vorpsi in Il paese dove non si muore mai (2005) trattano dell’esperienza del gulag visto attraverso gli occhi dei figli di due prigionieri politici.
Come ci ricorda Coman il suo romanzo è un omaggio alla memoria di tutte le persone che sono state vittime di un sistema repressivo e, per noi lettori, è un invito a riflettere sui totalitarismi e a non dimenticarne gli effetti disumanizzanti.

         Tè al samovar appartiene al genere della letteratura del gulag o più in generale concentrazionaria, un genere che di solito si basa su memorie e documenti, ma non esclude la finzione letteraria. Lo scrittore russo scomparso l’anno scorso, Alexander Solgenitsyn, che trascorse otto anni proprio nel gulag di Kolyma, è uno dei rappresentanti più illustri di questo genere, infatti nel 1962 con Una giornata di Ivan Denisovich rivelò la realtà dei campi di concentramento comunisti che apparvero per la prima volta nella letteratura sovietica. Coman si inserisce così in un’importante   tradizione letteraria dell’Europa dell’Est e, come la  bibliografia alla fine del romanzo dimostra, si è ben documentata sulla realtà concentrazionaria sovietica anche dal punto di vista storico.

         Il romanzo inizia a Mosca dove il protagonista Aljosha, che ha trascorso otto anni nel gulag di Kolyma, è invitato dalla sua compagna Vera a non seppellire il passato ma a rievocarlo per poterlo rielaborare e tornare con nuove forze alla vita. Il romanzo non si concentra solo sul destino di Aljosha, dallo scatolone abbandonato in cantina (e come ci insegna Bachelard ne La poetica dello spazio, “la cantina è il luogo dell’essere oscuro, animata da fantasmi dell’inconscio”) emergono oggetti che provengono da Kolyma e che stimolano non solo i suoi ricordi personali ma anche dei compagni di prigionia. Sfila così davanti ai nostri occhi una galleria di persone costrette ai lavori forzati e a scontare una pena spesso senza una colpa reale. Coman rivela come la durezza del gulag incida sull’animo delle persone – la parola anima ricorre spesso nel romanzo – ma non le spezzi del tutto. Ognuno cerca a modo suo di sopravvivere: il pianista Stepan ricorda la musica “che non si scorda mai. E’ come il respiro”, lo scultore Volodja fabbrica pipe di legno per poi barattarle, il giovane prete Pjotr trova conforto nella preghiera; se l’ex-professore Serghei con la tragica fuga afferma il suo sogno di morire da uomo libero, il vecchio Oleg, una volta amnistiato fa ritorno al gulag per morirvi congelato a quel filo spinato fuori del quale non sa più vivere. Pur descrivendoci un microcosmo di persone ridotte a larve, Coman riesce a isolare ciò che rimane eternamente umano in ognuno di loro.

         Tè al samovar tende a essere un romanzo corale sulla realtà carceraria, tuttavia Aljosha e Gulja sono due personaggi che rivestono un ruolo centrale nella narrazione, anche per  il rapporto di amicizia che nasce tra di loro. Aljosha, un tempo cartografo e viaggiatore, rimane anche nel gulag un esploratore dell’animo umano che è attratto dalla diversità e quindi da Gulja che non è russo. Infatti dietro questo nome si cela un giornalista italiano che, conoscendo il russo, era andato in Unione Sovietica per documentare la costruzione del comunismo ma, avendo fotografato un arresto, che avrebbe dovuto rimanere segreto, è finito anche lui nel gulag.

L’italiano è uno strano personaggio: inquieto, ribelle, eccentrico e vanitoso ma il suo arrivo porta nel campo valori che sembravano scomparsi, come il rispetto, quando, ad esempio, si stupisce che il primo pensiero di un detenuto, quando uno di loro muore, sia impossessarsi delle poche cose del morto. Sentendo parlare Gulja, Aljosha si rende anche conto di come la prigionia abbia influito negativamente sul suo modo di esprimersi, diventato scabro e essenziale, come se per la realtà quotidiana del campo non ci fosse più bisogno di aggettivi e anche i tempi verbali si fossero ridotti al solo presente, perché il passato servirebbe a evocare ricordi scomparsi e il futuro non esiste. Gulja diventa una figura carismatica per gli altri detenuti, eppure non è più forte di loro, anzi cerca persino di suicidarsi, ma riesce a suscitare sentimenti di tenerezza in Aljosha, il che significa per il russo prendersi cura dell’altro e uscire dal mero stato di sopravvivenza che porta a concentrarsi solo su di sé.

Tè al samovar è un romanzo incentrato sulla memoria e il ruolo del ricordo si riflette anche sulla  struttura del romanzo. Quasi ogni capitolo si apre con un dialogo tra Aljosha e Vera in cui l’uomo, osservando uno dei tanti oggetti che estrae dallo scatolone, riallaccia il filo dei ricordi. Il nome della donna, Vera, sottolinea il suo desiderio di conoscere la verità sul passato di Aljosha perché così l’uomo potrà tornare vera-mente alla vita. Ma anche Vera ha un passato da riscoprire perché la sua storia si intreccia con quella di Aljosha nella cui casa era andata a vivere dopo che il marito, agente della polizia, aveva fatto arrestare l’uomo.

         Coman riesce a trattare un tema duro e difficile come la realtà carceraria maschile con uno stile essenziale, toccando anche argomenti scabrosi, come il difficile soddisfacimento del desiderio sessuale nel carcere, un desiderio che è fonte di tormento ma che significa anche che si è ancora vivi se si desidera provare piacere. Nel romanzo però emerge anche un delicato lirismo come nel bel incipit della narrazione:
Un fiore di ciliegio. Un semplice fiore bianco staccatosi di colpo da un ramo e scivolato su un alito di vento fin là dentro, sui contenitori ammassati nel ripostiglio, aveva scatenato tutto.
Come una mano distratta sui tasti di un pianoforte scordato, che inavvertitatmente sprigiona le note di una melodia dimenticata, quel fiore assonnato dai petali ancora gonfi d’aria, che forse non si era nemmeno accorto di essere rimasto orfano del suo albero e sognava ancora di diventare una ciliegia vera, si era fermato su uno scatolone  avvolto in un pezzo di juta.
Questa immagine della natura con il fiore che si stacca dal ramo e si depone sullo scatolone sembra alludere alle tante vite spezzate delle persone che erano state chiuse nei gulag. Vera riesce a far recuperare a Aljosha il filo della memoria e a sciogliere il nodo che la teneva chiusa perché non “basta non ricordare per cancellare”. Come Vera, anche Coman vuole rievocare una delle pagine più buie della storia del Novecento, farla uscire dall’ombra. La scrittura assolve anche questo compito, perché come afferma la scrittrice nella postfazione: “La memoria è l’unico modo che abbiamo per far passare la luce là dove il buio ci ha accompagnato per lungo tempo.”