Terra, mare e altrove

Giovanna Pandolfelli
Terra, mare e altrove
Cosmo Iannone      € 11,00

 

La postfazione di Cristina Mauceri lascia poco spazio a significative recensioni pena la necessità di ripetere concetti già espressi e quindi inutili ai fini del raggiungimento di nuovi livelli di comprensione.

Tuttavia qualcosa ci sembra di poter aggiungere. Intanto una scrittura piana e ricca nel medesimo tempo. Poi una precisa definizione di situazioni e personaggi, così che la scrittrice non prova remore a ripercorrere intrecci ispirati a grandi autori perché quest’ultimi sono espedienti per altri significati, per altri sensi.

È così per il primo racconto che trae ispirazione dal celeberrimo racconto di Kafka Le metamorfosi e serve far sperimentare ad un ipotetico lettore quale possa essere la vita calata nei panni di una persona di colore. Nel racconto si opera una doppia trasformazione per permettere alla protagonista di ritornare nella situazione “quo antea”. L’esito della vicenda si può dire positivo, perché è quello che soddisfa il personaggio del racconto, rientra nei suoi desideri. La narrazione avrebbe potuto avere esiti diversissimi, negativi come avviene in Kafka dopo la trasformazione o positiva anche a trasformazione avvenuta senza necessariamente un ritorno.

Ciò su cui vorrei soffermarmi invece è l’individuazione degli elementi strutturali che determinano la soluzione positiva. Ritengo che sul piano narrativo ciò che conduce ad una positività di esito della vicenda sia il fatto spaziale. Lo strutturalista russo Boris Tomaševskij pone lo spazio aperto come fattore determinante alla soluzione positiva di una vicenda narrativa e quello chiuso invece quello che conduce ad ogni esito negativo. Gregor del racconto di Kafka è racchiuso in una stanza e gli è impossibile uscire. L’esito della vicenda non può che essere negativo.

Elena, la protagonista del racconto di Giovanna Pandolfelli, avrebbe potuto scegliere di rimanere nella camera dell’albergo e forse la vicenda avrebbe preso un’altra strada, invece sceglie di uscire, di utilizzare lo spazio esterno, di incontrare gente, affrontare situazioni, si stabilisce una situazione positiva.

C’è un secondo racconto che si ispira al lungo racconto di Ernest Hemingway Il vecchio e il mare. Al di là della lunghezza e del diverso senso poetico nelle due narrazioni, quella dello scrittore americano e della Pandolfelli, nei due racconti agiscono due sistemi di metafore. Il primo, dello scrittore statunitense, sta per la vita materiale dell’uomo che combatte per tutta la sua esistenza per ottenere nulla e lo scheletro dello squalo ne rappresenta pienamente la metafora. È un po’ come il Mastro don Gesulado o di Mazzarò, di verghiana memoria, che quando avverte che sta per morire si reca nell’aia e si mette a battere e distruggere ogni tipo di oggetto che incontra a portata di mano perché non può portarsi via quella ricchezza accumulata.

Nel racconto della Pandolfelli lo scheletro di un uomo nero, di quelli affogati durante la traversata del Mediterraneo viene ripescato e legato al peschereccio con cui voleva fare una pesca strabiliante. Poi lo scheletro viene adagiato sul molo e esposto alla visuale di tutti assumendo così il senso metaforico della perdita dei valori di solidarietà e comunque di umanità che la vita attuale sta comportando. Personalmente non avrei fatto finire il racconto con l’erezione di una statua a memoria dell’impresa del vecchio pescatore, così come avviene nella narrazione perché sottrae senso poetico al racconto.

Lo spazio come elemento che gioca alla fine come un riconoscimento dei propri errori e della mutazione in positivo del proprio sentire agisce anche in un altro racconto Kanjusha in cui una madre danese sentendo un’altra albanese parlare con la figlia nella loro lingua, comprende lo sbaglio fatto nel far immergere la figlia nella lingua italiana senza lasciarle lo spazio per un rapporto intimo che la loro lingua materna avrebbe dato loro e che le avrebbe salvaguardate da un totale estraniamento. Il momento della comprensione avviene in un giardino pubblico, quindi in uno spazio aperto.

Una cifra poetica significativa della Pandolfelli sembra essere quella relativa alla comprensione dell’altrui situazione, quella cioè, come sottolinea Cristina Mauceri, di saper mettersi nei panni degli altri. È così ad esempio il racconto Ora che sono madre anch’io in cui avviene il riconoscimento della difficile posizione, anche di asprezza, della propria madre impossibilitata a starle vicina anche nei momenti più delicati. Ma è pure così per il racconto Vietato l’ingresso agli italiani in cui esiste una dimensione strutturale continua di plurifocalità, quella del narratore, di Salvatore, bambino protagonista, del maestro che ha bisogno di essere educato dalla propria figlia all’accettazione di aspetti culturali dell’altro, cioè della famiglia di Salvatore.
Il testo appare rapsodico nel senso che è difficile rintracciare una unità poetica sottesa ai racconti, perché essi variano da una attenzione alla situazione dello straniero alla dimensione introprospettica che spazia dal rapporto con gli altri a quella con sé e gli oggetti.

Ma la varietà di temi e situazioni offre una leggerezza che rende il testo piacevole alla lettura.