Racconti e poesie

Una casa e una sedia

Una casa e una sedia

Ho voluto una casa e una sedia,
dove una candida farfalla a lato destro della spalliera
(di questa grande sedia)
veglia come la donna piccola e trasparente
il profilo dell’uomo amato.

Ho sognato un grande fiore di girasole e ho aspirato
l’odore dell’erba falciata, tutt’ora calda
sul filo della lama.

Laddove s’incontrano i due fiumi
c’era una casa di pietra con la credenza.
Un grande tavolo con formaggi e frutta.
E la sedia, la grande sedia
dove l’artista che scolpì il legno
appoggia le braccia stanche e forti.

Sotto le scale e sotto il tetto appaiono le sagome delle nonne
che cullano i nipoti. Il vapore dell’acqua calda
dentro la bacinella, da dove le nuore in piedi
risciacquano il corpo con boccali di legno.

Hanno asciugato i capelli vicino al fuoco.
Hanno scaldato le mani e il viso, le braccia e le labbra.
Hanno desiderato i loro uomini prima di andare al letto.

Oltre le vigne di Söll

Ma tu lo sapevi che sarebbe successo?
Per questo amavi senza rimorso le vigne di Söll.
I chicchi d’uva neri pensierosi,
come uccelli di corvo usciti dal guscio un po’ in fretta.
Quanto coraggio serve affidarsi al richiamo di speranza
che offre il germe…
Ombra bozza, ombra solo in parte e spalle di contadini
in movimento. Un angolo di labbra e la punta bianca
di un cappello di paglia.
E poi tu, sulla panca.

Lo sapevi quando attraversavo il campo e andavo
a immergermi nel vicolo rumoroso di gente pallida,
abitanti freddi e urlanti su trattori zeppi di mele,
che sarebbe tutto cambiato?

Ti ho voluto meno bene
quando iniziai ad amarti
Così ho consumato impietosa il tuo bene
così ho logorato senza pentirmi il mio bene,
perché non sta assieme
la madre e la compagna, la persistenza
di salvare il moccioso e l’amante esclusiva.

E tu lo sapevi che sarebbe successo.
Avrei percorso ancora la discesa,
altre volte sarei salita sul camioncino del vecchio che malediceva
Dio, e altri sterrati avrei calpestato.
Poi mi sarei fermata a lungo di fronte alla fontanella,
in mezzo alla piazzetta
che non ha voluto bene ai pesci, ospiti del pozzo.
Morirono tutti, uno dopo l’altro.

Uno di quei giorni, quando hai voltato lo sguardo verso di me
e mi hai dato quel bacio fugace sull’occhio…

Una lettura bizzarra della vita la lettura
in preda di gioia
a volte fedele.
Un angolo della stanza

Mi è sufficiente un angolo della stanza per pulire
la bocca e il viso.
Mentre soffia il venticello dell’aprile
e spolvera le foglie dei pioppi
calma preparo il tavolo per il pranzo.

La mela divisa a metà ci sta sempre,
da sinistra o da destra. Mai in mezzo.
Di fronte ad un tavolo il pensiero stanco
chiede una sedia. Una per il mare,
una per la riva,
Una per la barca e i viaggiatori
vivi e morti.

Il passaggio è stato troppo violento
amore?

Due vasi di fiori e un posto per le scarpe che
camminano sul petto. Hai visto come tieni rinchiuso un prato
mai calpestato, uomo?
Tutto si fa a piedi al giorno d’oggi,
a parte i saluti di namaz. Da millenni
si fanno seduti. I sommersi salutano la luce
sdraiati.
Non sogneranno più la vita sofferente.
Niente di tutte le vite sofferenti messi assieme.
É tutto passato.

Il viaggio è stato troppo bagnato, amore?

Nulla sfugge al mio cuore.
Distante da me sento il tuo palpito,
il fremito della testa che si percuote per mettere
il naso fuori acqua.

Crede quell’anima solitaria che non mi sono accorta di niente?

Ho raccolto tutti i versi raggiunti dai perduti.
Spero solo che nessun pianto
sommerga il costruito…

Chi era il ragazzo?

Chi era il ragazzino della strada
che di nuovo si è alzato dopo che l’altro, il soldato,
(con viso di latte, naso di latte, e labbra di latte ) ,
lo colpi dietro la nuca con il calcio del fucile?
Il primo è caduto.
Il primo cadde e scivolò dentro gli stracci.
Sotto la giacca di stoffa opaca, carta
bagnata di tabacco e
con le mani si sollevò. Con le ginocchia leggere,
(leggere come fragoline di bosco),
si alzò di nuovo. Spinse a fatica il berretto
e disperse nel vento un che’ di sorriso.
Una sorta di supplica primordiale.

Ma oramai, sarà morto.
Lo colse il secondo sparo quando scalzo
si mise a correre verso l’angolo della chiesa
e con spalle, anche esse leggere,
– leggere come foglie di uva matura-
si schiantò sulle mura
e le tinse di rosso.

Non visse a lungo neanche l’altro.
Non visse a lungo neanche il soldato. Quello stesso giorno,
con il cuore sfuso tra le mani,
– sfuso come sfuso è il tormento vano –
si fece saltare
per aria.

L'autore

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Gentiana Minga

Nata 12 aprile 1971 Durazzo (Albania). Laureata in Storia e Filologia a Tirana(Albania) nel 1993.
Ha lavorato come professoressa di lingua e letteratura albanese, bibliotecaria e giornalista professionista per diverse testate albanesi.(Koha jone,Rilindja e Kosoves,Studenti,Drita ecc ecc). Poetessa e scrittrice, ha pubblicato: Autopsia del disastro (racconti e novelle – 1993 – Ed. Europa – Tirana, Albania), La signora di Scutari (poesie – 2003 – Ed. Florimont – Tirana, Albania), Abbracciata dalla luce (traduzione in albanese dall’italiano – 2003 – Ed. Medaur – Albania). Pubblica tutt’ora cicli poetici e racconti in diverse riviste letterarie.
Collabora con Enmigrinta, bollettino on line, Alto Adige come redattrice per la sezione di Bolzano, con “Poeteka” ,tre – mensile letterario albanese, e con altre testate e siti multiculturali . Attualmente vive a Bolzano .dove partecipa in diversi progetti culturali e multi culturali.