Versi eretici

Non è stato facile per me avere chiaro sin dal principio tutta la struttura del corpo poetico
che è andata formandosi nell’arco di dieci, quindici anni di incontri, appunti e versi sparsi.
L’intuizione da subito precisa è stata il titolo: Poema della residenza.
Poema in quanto ho provato a dare forma, seguendo Orazio, all’insieme dei singoli componimenti
come ad un unico soffi vitale, come ad un “organismo vivente”.
Dunque non la vita come il libro, ma il libro come la vita.
Residenza perché etimologicamente richiama il: trattenersi, fermarsi di nuovo.
La particella -re è continuativa, produce ripetitività e significa: “di nuovo”.
Implica il movimento prima e dopo. Non quindi una sola radice, un unico radicamento, ma infiniti.
È un continuo radicarsi nel mutamento. Più respiri. Più metamorfosi. Del resto l’esistenza stessa
si compone di rami secchi e “tronchi rugginosi” (Esenin). Acque torbide e avvelenamenti dell’anima.
Ecco la terza parte: Versi Eretici

I
CUORE SATURNINO

Delle donne ci attirano gli sguardi maliziosi
e i seni morbidi, le semplici parole non dette.
Le attese perdute, i baci più desiderosi.
Dell’alcol ci inebria il lungo viaggio della mente.

Noi, poeti inermi e mai liberi. Mai! Schiavi
in eterno della carne e delle passioni,
del greve vino nelle taverne soavi
e inopportune, in compagnia di criminali e beoni

in esilio per tempo dai lavori e dalla morbosa
terra che il cuore inaridisce, ancora più languido.
La semina degli occhi è piuttosto corposa
nel fondo dei bicchieri, dove il fetido

languore del vivere si schiude nel tenue candore
delle sale ubriache. Poi, che le ferite perdano
il loro sangue aggrumato e il mondo per ore
più odiato che amato, più follemente abusato nel lontano

eccesso dei corpi si perde, con silenzio e labbra,
con le vene crepitanti, come battelli ondosi
a contemplare ce ne andremo l’antico cuore
del mare. Fuori dalle bettole, lungo i viali odorosi

percorrendo le spume acchigliate alla luce della rada,
chiederemo senza chiedere, rivolgendoci ai limacciosi venti compagni:
“Che ne sarà di noi in questa notte tarda,
per le strade persi come vecchi lupi, in questa notturna foresta di segni”.

II
VERSI ERETICI

a Jack Hirschman,
compagno sempre

Nell’ora mattutina, quando si stempera il gelo,
nell’ora delle ossa stanche e di un timido brusio,
ecco l’urlo solo nostro nel fango e nel cielo!,
nostro solo viaggio di pelle e delirio.

Ieri abbiamo visto la Fine agitarsi per le strade
con occhi di luminarie, serpeggiando artificiale
alla pari di un vecchio lume scalcinato e laido,
simile ad un nero e rapace grido universale!

Eppure giorno e notte hanno il medesimo
crepito, la rivolta è scritta sui denti in fiamme,
giungerà come un’armata di corvi e farà il cosmo
meno osceno della chioma curva di un gendarme!

Ma dall’incendio al ferro e al fuoco dei canneti,
dalle balze cittadine e arroventate alla muta
di bandiere, come fantasmi e spettri avvelenati,
sconfitti dalle serpi e dai veleni sono i disperati!

L’aurora delle canaglie è il nostro grido!
Battiamo le ciglia, Jack!, e il vento cambia umore;
il mare si fa cielo all’orizzonte. Rovescia quadro il mondo!
Ora tutto finisce. Eppure tutto comincia ora.
Pesaro, 9/10/11

III
L’INTIMA DISTANZA

Hotel House,
Porto Recanati

Cosa ci attende al di là delle paludi umane?!
Sopra le sponde annerite, sulla chiglia di un tempo
che non ha via di scampo, nel ricordo di acque più lontane,
intorbidite, e ancora le morte pupille, riflessi di un lampo

che la memoria flagella. Spirito feroce e incredulo,
cieca tempesta dal sinistro presagio. Spumosa
e perversa marea dalle mille luci di gelo,
inafferrabile come il prodigio di un’ambiguità polverosa.

Ora vivono nel cuore pulsante della riviera
in un mondo sepolto nel tugurio del mondo,
dove migliaia di voci slinguano tra i cunicoli e le camere
fatiscenti, dove si trascina la miseria d’occhi arabi, slavi e ibo.
Tenace la vita resiste nell’essere vita!,
seppure indegna, parola macabra e clandestina
sulla prua senza rotta di una penisola inabissata.
Sogno per gli occhi, scena di lutto e rovina.

Terra feconda d’aride acque, tabula di sale e tomba,
il cui misero scettro ondoso è una fragile riva.
Non povera, ma impoverita casba.
Non di aiuti, ma di giustizia priva.

 

IV
BARACOPOLI NOMENTANA

In una terra dall’acre cuore infuocato,
nella calura di una spenta città eterna,
prossimi al minerale afoso di un giorno sconfinato,
riposano atterrite, nell’imbocco dell’inferno

ferroviario, non più donne ma larve, grasse cordigliere
erose, più simili a labbra di madri infestate dalla scabbia!
Essa è una compagna febbrile, dinoccolata, nelle oscure sere
più simile ad una gatta arruffata dalle ali di cimice, dalle ciglia

di escrementi e cartone. Fetore della vita. Impuro segno.
Evacuano i corpi sul rame dei binari morti,
radura e baracche sono un misero trono,
vile presagio di un mondo che sembra invisibile spettro,

carogna esso stesso di un rifiuto. Attorno maree di grattacieli
si stagliano, dove la vita borghese dimora pigra e miserabile,
nelle sue tarde e rapaci notti da borgata. Indifferente ai suoi oscuri
antri, la spenta città commuove nella sua falsa bellezza da belvedere.

V
IL LAMENTO DELL’UBRIACO

Stupide notti nelle quali si divora l’anima,
con gli occhi curiosi a scrutare il marciapiede vicino,
un gruppetto di donne maliziose e poco vestite,
per la via, con le gonne tremanti, spalanca la vagina

infuocata. Come due paioli esplodono dalle scollature
le poppe! Oh stupide notti che l’infinito avete oscurato
per tuffarvi di nuovo nel lurido delle brutture;
il rapido amplesso, consolazione di ogni disperato,

sboccia sulle labbra di giovani mignotte,
coperte di peluria e dai culi amabilmente larghi!
A tanto valgono i giochi odorosi delle cosce spalancate.
Oh stupide notti dolorose, oh notti di intrighi

da due soldi, di risucchi mediocri e facili budella,
si scrollerà di dosso, come un immenso vuoto, persino l’universo;
oh notti arrese fra le braccia distratte di fanciulle,
oh notti esalate dai troppi liquori, per un cuore buio e vanamente perso.