Viaggio di un uomo

Continuerò col dire, riguardo a questi appunti e residenze, che la seconda sezione costituisce il cuore del poema. Ciò che mi ha portato a scrivere questi versi è stata la necessità di volere creare un corpo epico moderno che allo stesso tempo potesse riscoprire la radice prima dell’epos: il testo lirico. Testo lirico che si compone di più “io”. Dagli abissi marini alle fatiche dei cantonieri, con la volontà di far entrare nel racconto reale e onirico, ma anche geografico e interiore, tutto ciò che colpisce l’anima.
Da: “Il primo seme” a “Viaggio di un uomo”.
Qui di seguito cinque poesie:
I
ODE AL CARAPACE DEL NORD

Dopo di me sarà il ciclo delle ere,
il sole che dardeggia, la pioggia ondosa,
l’arcano rito degli amori nelle primavere
insonni, selvaggiamente profumate; gloriosa

cadrà la notte sulle terre addormentate,
libero come un lupo migrerà il vento sulle pianure
e silenziosa, ancora più struggente, l’alba sconfinata
il remoto segno lascerà di un giorno puro!

Dopo di me sarà il ciclo delle aurore,
il crepuscolo delle cicale, l’avvento luminoso
delle lucciole; e ricoperto di rinnovato splendore,
il mondo, dalle ceneri risorgerà come un fastoso

impero di segni, dal verde manto di edere
che dolcemente mute, il corpo arrostito ricoprono.
Da magma a magma la prua del cielo punterà
veleggiando, dove gli astri ormai spenti ancora luccicano.

Così, follemente adagiato sul trono delle scogliere,
perso nel profondo languore della vita,
vedo spuntare, verso la risacca, un’aquila di mare
dalla coda bianca che dal lago Balaton, la baia infinita

sorvola, come una divinità dall’istinto profetico.
La gialla poppa del becco punta a nord: le falesie della Norvegia.
Tra ruggenti raffiche e rossi carapace.
Nelle sue piume rapaci sonnambuleggia il viaggio!

Nelle sue rotte si svela il miraggio di alte scogliere,
Alpi nevose, verdi vallate di vigne,
luppoli, stagni e fossi d’asparagi, fitti boschi, foreste nere
dove possiedono i corvi le palpebre dell’autunno.

Nei suoi occhi sconfinati io vedo ciò che mai vedrò;
l’esistenza eterna, l’armonia nella diversità.
Eppure nata al sud l’aquila sente che la sua casa è altrove.
Essa vive il giorno di un sole che non tramonta!

II
I TRECENTOSESSANTACINQUE PASSI

Corniglia, arroccata come una pietra misteriosa!,
sul tappeto d’oro dei ciglioni, lenti si aprono i caruggi
e l’ombra del vento riposa follemente silenziosa.
Allora sale il guizzo delle lucertole, annega

il giorno come inghiottito nel ventre azzurro
delle acque. L’odore della terra è aspro odore
di limoni, piccole terrazze ed occhi persi
nel crepuscolo fatale alla sera.

Sul mare, tra le rampe e i cespi, l’anno dirada a poco a poco
dove splendono le cimase in fiore
e i fichi brillano nel sole a picco;
là, dove profondo è il canto più fragile è l’amore.
III
NOTTE IN GIUDECCA

a Dora, Julian
e compagni

Io vengo dove tutto è la ragione dell’acqua,
dove l’uomo porta ancora radici di legno
e hanno le strade il silenzio buio
dei campi; ogni volta, là, io vado e vengo da un sogno

e la chiave è la luce di una finestra
che dà su un vecchio pontile di rose;
e quando la rauca voce di un vento aspro
scioglie le corde e sciaborda le barche ondose

io vengo dove tutto è un canto inatteso,
dove rifugio trova un bicchiere d’ombra
e una pallida luna, così follemente appesa,
dolcemente socchiude le palpebre al giorno.

Mai forse una notte così tersa!
Il respiro dell’aria ha un odore segreto.
La natura è quest’alba che tinge di rosa
un mare che appaga il suo cuore inquieto.

IV
QUADRO DI DONNA CON IMBARCADERO

Sorge l’alba. Lenta sorge dietro la palanca,
pigra, con più molle lentezza; come una giovane
innamorata che si specchi, oziosa, sulle acque
e su di esse porga, velata di rosa, la sua mano.

Luccica il legno, schiuma l’azzurra salsedine.
Il chiarore della luce si staglia contro il porticato;
di primavera odora il fiore del glicine.
Esso ha l’aspro colore viola di un amore turbato.

Giuditta!, il mondo somiglia a un mare inquieto,
crespo di placide onde, quieto di marosi e spire,
mite e tormentoso cuore afflitto
che l’anima appaga dove la sera, tra i flutti, va a morire.

Limpida la marea svela la sua orfica visione;
essa incanta, strugge. Ritma il respiro all’infinito, nell’onda
culla le fragili paure e salpa al mistero più profondo
dove naufragano gli occhi che hanno vele d’altri mondi.

V
FANTASMAGORIA

Già, l’estate! Carovana nomade
di meraviglie. Si desta il risveglio.
Bastimenti carichi d’azzurro e timide
sere fioriscono in un solo bacio;

una donna poco vestita affonda
nella blusa stellata di una notte
scura. Filano le ore audaci e tarde,
tra i seni e le balze arroventate

nelle ombre di un piccolo giardino.
La calura infiamma il mutevole
crepuscolo. Tu lascia che i fiori si risveglino.
È una semplice pace che abbevera il sole.

Che la sua sete diventi la tua sete!
Che tu ne sia compagno, sino alla radice.
Persegui il cammino. Là è il fluire del vento.
Comprendine il tacito mistero, la natura grande.

Senti e vedi con gli occhi di tutte le cose.
Osserva i pesci. Nuota nel loro muto respiro.
Abbi cura dell’anima, poiché essa
nel suo breve corso dovrà fiorire

dopo un lungo, annoso inverno.
Salpa quando giunto è il momento,
quando un cielo immenso si riveste a giorno
e le limpide acque attendono un volto.