150 grammi di poesia d’amore

Viorel Boldis
150 grammi di poesia d’amore
Rediviva    2013

raffaele taddeo

La poesia nasce nelle varie lingue  come poesia d’amore, che è il primo sentimento che l’uomo prova con una intensità tale da farlo delirare.  Anche la poesia italiana nasce prima di tutto come poesia d’amore. La Divina Commedia è tutta una poesia d’amore. Poi quando i sensi si affievoliscono,  “il parigino” prende il posto dell'”ottentotto”, allora ci si vergogna quasi di rimare versi d’amore e si prova anche quasi fastidio a leggerle. Viorel Boldis non teme di riproporci poesie d’amore, semplici ma intense perché  l’amore è un sentimento che coinvolge tutta la persona e si proietta in ogni azione che si compie, in ogni esperienza che accade. Non è un sentimento che si ferma o è limitato alla persona che si ama, ma tutta la realtà ne è in qualche modo investita ed intanto esiste ed è percepibile  nella misura in cui può essere un veicolo per manifestare ed esprimere il suo sentimento verso la persona amata. Così avviene in ogni silloge d’amore che si rispetti e così avviene in questa raccolta intitolata 150 grammi di poesie d’amore. Titolo che vuole denunciare l’immediatezza delle composizioni ed insieme comunicare la leggerezza con cui è possibile leggere queste poesie, tanto quanto potrebbe pesare il volumetto di carta. Forse anche dire che non si ha la pretesa di ritenere i testi scritti eccelsi.  “Ti butto addosso/le mie metafore scalze,”, dice in una poesia ad indicare la nudità di certe figure.    E’ un bel libro di poesia perché esprime la totalità dell’amore.  Così la primavera non può che parlarci dell’amore per la  musa del poeta, come anche l’autunno e il mare,  tutti momenti della giornata insieme alle altra cose non possono che rimandare all’amore. “Mi ricordo che devo pagare l’acqua e il metano/che devo cambiare l’alternatore alla macchina,/…/ e dopo tutte queste cose mi ricordo/che devo scrivere una poesia d’amore/per la mia amata./E sono soltanto le 7:30 del mattino!”

Ma vediamo alcuni aspetti tecnici della struttura compositiva di questa silloge. Certamente si può affermare che la figura retorica più usata è l’anafora. Forse in tutte le poesie è presente questa figura che se è semplice però tende a rendere intensa e ad acuire il significato e il senso dell’espressione.  Tanto per portare un esempio prendiamo la seguente semplice poesia: “sul cielo di notte/Sul cielo di notte/la luna s’acquieta./Una donna ama/un certo poeta./Sul cielo di notte/l’alba prende via./Il poeta s’è svegliato,/la donna s’è fatta poesia.”

I versi sono liberi, cioè non  sono strutturati, spesso siamo in presenza di versicoli, cioè di versi con una sola parola. Ma forse più significativo è l’uso di altre particolari figure retoriche come assonanze e consonanze: Ad esempio  “acerbo” e  “verso”;  “nero” e “arcobaleno”. Queste figure retoriche fanno sì che il verso acquisti musicalità; è ciò che distingue chiunque si provi o abbia provato nella giovinezza a scrivere poesie e il vero poeta.

Il libro è bilingue, romeno e italiano. E’ ormai una consuetudine, pubblicare testi bilingue da parte di autori della Letteratura della migrazione;  aveva iniziato a farlo Ribka Sibbatu con il suo “Aulò”, ma poi ha continuato Gëzim Hajdari. Persino in prosa ormai abbiamo testi bilingue come ad esempio il testo di Ingrid Beatrice Coman “Il villaggio senza madri”. E’ quasi certamente la volontà di non perdere l’ancoraggio alla propria cultura d’origine che solo la rivisitazione della  lingua può mantenere quando si è lontani dal proprio territorio sfatando quasi il salmo 136 “come cantare…in terra straniera?”.

dicembre 2013