Recensioni

Dalmar. La disfavola degli elefanti

Giorgio Politi

Dalmar. La disfavola degli elefanti

Kaha Mohamed Aden

Romanzo

Edizioni unicopoli

2020 Milano

Recensione del professore Giorgio Politi

Al centro della bellissima fiaba-non fiaba di Kaha Mohammed Aden campeggiano le figure imponenti degli elefanti. Non si tratta certo d’una scelta fatta a caso perché, nel nostro immaginario, l’elefante è il simbolo stesso della memoria, così come per gli antichi la volpe era il simbolo dell’astuzia.

Protagonista del racconto di Kaha è dunque la memoria. Ma cos’è la memoria? Molti credono che la memoria sia una specie di archivio inerte dove si ripongono tutti i ricordi della nostra e dell’altrui vita, a disposizione perché lo possiamo consultare secondo le nostre necessità. Ma non è così: la memoria è una funzione mentale, una funzione viva il cui compito più importante non è di conservare informazioni, ma di farci stare tranquilli. La memoria non deposita dati nella nostra mente in modo neutrale, ma li seleziona, li trasforma, costruisce con essi immagini per noi più accettabili secondo regole ben precise, mediante cui, per esempio, si cancellano i ricordi spiacevoli e si conservano quelli migliori; e se le esperienze dolorose sono state troppo importanti per poter essere dimenticate, allora la memoria altera la prospettiva, spingendo sullo sfondo gli elementi traumatici e portando in primo piano quelli gradevoli — chi ha fatto esperienza di campi di concentramento, per esempio, sarà portato a evocare la grande solidarietà che c’era fra i detenuti, consolandosi. Un grande storico consigliava di ricostruire qualche fase della propria vitaa memoria e poi di verificare il risultato mediante testimonianze documentarie come lettere, fotografie, atti pubblici: si rimarrà esterrefatti, diceva, constatando come la memoria ha impastato, manipolato, travisato i nostri ricordi.

Dunque, la memoria cerca di allontanare il dolore; e ha ottimi motivi per farlo. Il dolore serve per avvisarci di qualcosa che minaccia la nostra vita, in modo che possiamo accorgercene, prendere le misure necessarie e provvedere. Ma poi, quando quel pericolo è stato scongiurato, perché continuare a soffrire, ricordando quel dolore? Certo, questo vale per la folla di tutte le piccole sofferenze che punteggiano le nostreesistenze, per tutte le fatiche fatte per risolvere i nostri problemi ordinari di esseri umani. Ma cosa diremo invece per i problemi che non abbiamo potuto risolvere, che si sono solo allontanati da noi ma potrebbero ritornare e farci più male di prima? In questi casi bisogna allora accettare la sofferenza, sfuggire all’inganno della nostra memoria, anzi, con l’aiuto degli altri, con la ricerca, con la ricostruzione storica, costruire una memoria molto più grande, collettiva, “poiché — ha scritto ancora quel grande storico — nell’immenso tessuto di eventi, di gesti e di paroleche compongono il destino di un gruppo umano, l’individuo non scorge mai più di un angolino, angustamente limitato dai suoi sensi e dalla sua facoltà di attenzione.”[1]

Solo quando, grazie al ricordo, si sarà potuta raggiungere una pacificazione autentica, il ricordo avrà potuto svolgere appieno il suo compito aprendo la strada, questa volta giustamente, a un buon oblio. Questo, ci dice Kaha Aden, è il significato dell’arrivo degli elefanti fra le api e gli orsi dell’isola di Luul.


[1]M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi 19694, p. 59.

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