Editoriali

Editoriale – Settembre 2015

Editoriale

Mura di pietre
mura storiche
mura costruite
mura promesse
mura desiderate
mura introiettate
mura volute
mura dello spirito
mura dell’animo
mura del pensiero
mura dei sentimenti
mura mura mura
quante Gerico
dovremo abbattere
prima di chiamarci
uomini

Taddeo Raffaele

Muri

Il muro, a cui di El-Ghibli dedica ampio spazio letterario in questo mese, ci induce ad alcune riflessioni sulla sua realtà, oggi sempre più feroce e ineludibile. 1) Il muro come limite: oggi in Europa, quel continente avvilito e offeso nella sua intima essenza, prolifera in modo selvaggio, ostentando forme fisiche, dimensioni psicologiche, emotive plurime e sempre devastanti. I muri ci offendono nelle immagini surreali di piccoli morti sulla battigia, di giovani madri strattonate, spinte, umiliate, di padri e madri di famiglia disperati sui binari, di bambini piangenti. È la retorica dell’emergenza, un altro muro che l’Europa ha sapientemente costruito intorno alla sua stoltezza, alla sua pochezza politica, al suo oscurantismo economico e alla sua inadeguatezza etica.
Pensiamo a questo muro, pensiamoci profondamente e caparbiamente. Allontaniamo la faciloneria delle lacrime e delle emozioni che durano il tempo di un click sul “mi piace” per mantenere l’occhio vigile su coloro che hanno spinto la situazione a questo punto. Chi ha soffiato sul fuoco delle guerre, chi ha venduto le armi, e chi ha costretto intere popolazioni alla fuga. Esaminiamo il lento stillicidio che ha portato anche noi, cittadini europei, a vedere nei profughi, nei rifugiati, nei sofferenti solo una massa informe che urla richieste spaventose: asilo, un tetto, pace.
Quel muro che l’Europa aveva abbattuto con il trattato di Roma, nel quale si auspicava la posa di “fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei” si manifesta oggi di nuovo in tutta la sua virulenza. In Ungheria, in Danimarca, in Gran Bretagna quel muro proteiforme diviene il marchio sulle braccia, la chiusura del confine, la violenza dei campi di detenzione, quel muro è anche la giornalista che aggredisce la madre che sta scappando con il figlioletto, è la retorica del politico prepotente che si abbatte su chi è indifeso e allo stremo. Muri di ignoranza e muri di vergogna, muri su cui l’Europa dovrà, ancora una volta, piangere.
Il muro è oggi più che mai la barriera che demarca la zona di privilegio, uno spazio off-limits che promette solo ad alcuni, sempre meno, superiorità economica, uno status che solo la separazione può garantire. Un continente che si crogiola nella sua stabilità politica mentre la toglie al vicino che ha deciso di sfruttare in modo aggressivo. Ma è la presenza stessa del muro a segnalarne la debolezza: è di qui che si passa per uscire. È il muro che indica la crepa, lo spazio “oltre” il quale possiamo immaginare il progetto, quello spazio di lotta e resistenza che vediamo oggi materializzarsi all’arrivo dei profughi a Monaco e a Vienna, all’approdo dei migranti a Lampedusa. Il muro oggi ci mostra la sua banalità, la sua illusorietà. Lo si scopre ingannevole proprio nel momento in cui esso si scontra con la materia viva e desiderante del corpo, del corpo che si muove, inarrestabile e incontenibile. Quel suo movimento, quel “moto a luogo” ci dimostra che è il corpo la sola vera assolutezza. Con determinazione e compattezza esso ci invita ad abbattere i muri che ci degradano e umiliano e a ritrovare la spinta verso quella comunità plurima e contaminata che l’Europa, non immemore del suo passato, è chiamata a costruire.

Simona Wright

Del barricarsi dietro i muri

Il tema di questo numero, che vorremmo dedicare ai muri nelle sue varie forme e declinazioni, ci sembra un argomento importante che potrebbe farci riflettere sulla nostra attualità e su molte vicende storiche che hanno visto come protagonista l’innalzamento di barriere: concettuali, politiche, architettoniche, pregiudiziali, ecc. La tematica è così poliedrica che ammette qualsiasi tipo di esercizio semantico. Il muro, nelle sue varianti, è stato sempre concepito come uno strumento fondamentale dell’organizzazione dello spazio. C’è un elemento di esclusione e d’inclusione che ha il compito di intensificare la divisione tra un dentro e un fuori o tra un’appartenenza e un’inappartenenza. Un di qua e un di là che sancisce e delimita lo spazio politico delle nostre azioni. Per alcuni potrebbe essere un ostacolo, per altri una protezione o un confine. Segnala il perimetro oltre il quale ci è vietato di andare. Sono sempre cicatrici, di qualsiasi natura esso sia. In genere i muri nascono dalla paura dell’altro. Un altro che, a volte, nemmeno conosciamo, come i costruttori della kafkiana muraglia cinese che ignoravano chi fossero i popoli del nord che sarebbero arrivati a quel confine per valicare, eventualmente, quella muraglia insensata:
“Contro chi doveva servire di protezione la Grande Muraglia? Contro i popoli settentrionali. Io sono della Cina suborientale. Nessun popolo del nord ci può minacciare laggiù […]. Ma altro non sappiamo di questi abitanti del nord. Non li abbiamo mai veduti, e se ce ne restiamo nel nostro villaggio non li vedremo mai, anche se essi venissero di carriera contro di noi, sui loro cavalli selvaggi: troppo vasto è il paese e non li lascerebbero giungere fino a noi, durante la loro corsa essi certo si smarrirebbero, si perderebbero nell’aria”.
Anche le mura di Il castello, che sovrastano il villaggio, difendono solo un’accozzaglia di casupole di pietra.
Dicevamo, i muri hanno infinite varianti e declinazioni. Nella storia argentina, per esempio, la barbarie e la civiltà erano divise da un immenso spazio sconfinato che le separava. La civiltà viveva arroccata nella sua città, oltre la quale si distendeva la tierra adentro, uno spazio che non era fuori, ma dentro lo stesso territorio nazionale. Il XIX secolo è stato caratterizzato dallo spostamento continuo di questo muro invisibile per guadagnare spazio alle popolazioni indigene. In America, il filo spinato è diventato un simbolo di oppressione e violenza. Nato come strumento per contenere le mandrie e allontanare gli indiani, trova il suo impegno durante la guerra di trincea. In questi giorni, invece, assistiamo all’innalzamento continuo di muri. Ognuno erige il suo muretto e si barrica dietro. Il fuori incute sempre paura. Attualmente vediamo un proliferare continuo di muri. Ettiene Balibar ha scritto, rispetto al muro simbolico, e non tanto simbolico, che le istituzioni europee stanno innalzando sul mar Mediterraneo: “Per il momento è ancora una costru¬zione vir¬tuale, o più esat¬ta-mente riguarda un com¬plesso di isti¬tu¬zioni e di dispo¬si¬tivi diversi, di leggi, di polit¬iche pre¬ven¬tive e repres¬sive, di accordi internazio¬nali for¬mali e infor¬mali. Ma nell’insieme è ben chiaro lo scopo: si tratta di restrin¬gere la libertà di circolazione”. Esistono ancora altre barriere, ai due estremi del Mediterraneo: il muro che lo stato di Israele sta costruendo nel territorio pale¬sti¬nese occu¬pato e le fortificazioni lungo le enclave spagnole di Ceuta e Melilla sulla costa maroc¬china. Anche il governo di Budapest ha deciso di blindarsi nel confine meridionale con la Serbia. Un progetto che dovrebbe alzare una barriera lunga 175 km e alta 4 metri. L’elenco dei muri sorti negli ultimi anni è talmente lungo che finirei per annoiarvi.
Forse non esiste un altro strumento al mondo che possa avere tante coniugazioni. Un muro, che non conosciamo e che non sappiamo definire, è quello che separa la vita dalla morte, ma potrebbe considerarsi un muro anche il silenzio che Khaled Asaad, l’archeologo ottantaduenne che è riuscito a nascondere centinaia di reperti archeologici in un luogo sicuro, prima che gli estremisti dello Stato islamico arrivassero a conquistare Palmira, in Siria. Gli uomini del Califfato l’hanno imprigionato, affinché rivelasse dove aveva messo al riparo i reperti romani. Poi, dovuto al muro di silenzio che Khaled Asaad aveva innalzato davanti a sé, gli tagliarono la testa. Sono rare le volte che un muro viene eretto a fin di bene. I muri si alzano, si distruggono, si spostano… Non esiste nessuna vicenda storica in cui il muro non abbia avuto un suo ruolo fondamentale. Un compromesso per pacificare l’Europa, dopo la seconda guerra mondiale, è stato trovato grazie all’innalzamento di una vasta cortina di ferro che ha visto i popoli europei divisi dalle due influenze contrastanti che hanno determinato la storia mondiale del dopoguerra. Su questa vicenda si potrebbe ricordare la Triologia della città di K di Agota Kristof, la scrittrice ungherese naturalizzata svizzera, che narra la storia di due gemelli, due vite in simbiosi, nati in un paese dell’Europa dell’est, che si danno forza l’un l’altro per sopravvivere al dramma che li circonda e che poi verranno separati da un muro che taglierà in due l’Europa. Dopo molti anni si rincontrano e confrontano le due vite, entrambe fallite da quella separazione. Ma sui muri si piange, come il Muro del pianto che non divide, ma unisce un popolo, oppure si trova la propria morte, come nel racconto di Sartre, del 1939, Il muro, ambientato nella guerra civile spagnola.
Insomma, per concludere, mi chiedo se davvero vogliamo l’Europa dei muri che si sta profilando, gestita da pifferai e faziosi di ogni gesta e colore. Quando, bisogna sottolinearlo, si cominciano ad alzare cancelli per barricarsi dietro, è segno che qualcosa sta marcendo dentro, all’interno.

Adrián N. Bravi
Si ringraziano i seguenti autori che hanno dato il loro contributo per la riuscita di questo numero: Per la sezione “racconti e poesie”: Christiana De Caldas Brito, Adriana Langtry, Gentiana Minga, Barbara Pumhösel, Božidar Stanišić , Pap Khouma; per la sezione “stanza degli ospiti”:Tiziana Altea, Viola De Filippo, Loretta Emiri, Loris Ferri, Anna Fresu, Emma Grillo, Francesca Lo Bue, Alessandro Magherini, Cristina Meschiari, Emiliano Rolle; per la sezione “parole dal mondo”: Peter Huges, Sheri Benning; per la sezione “interventi”: Angela Caputo, Angela D’Ambra, Leyla Khalil, Gennaro Tedesco.

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El Ghibli

El Ghibli è un vento che soffia dal deserto, caldo e secco. E' il vento dei nomadi, del viaggio e della migranza, il vento che accompagna e asciuga la parola errante. La parola impalpabile e vorticante, che è ovunque e da nessuna parte, parola di tutti e di nessuno, parola contaminata e condivisa.

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