Recensioni

Il giardino dei frangipani

Raffaele Taddeo
Scritto da Raffaele Taddeo

“Sono sempre stata in controtendenza, e se da un lato il mio ordito è occidentale, voglio che la trama parli di Sherazade”.  Questa frase indica la modalità, la forma con cui questo testo è costruito a tutti i livelli, sul piano del contenuto, sul piano della struttura, e persino sul piano della lingua.
Questo ultimo interessantissimo lavoro di Laila Wadia  richiede una analisi attenta ma anche partecipata nel senso che si viene toccati emotivamente se appena appena si ha con la scrittrice una comunanza di esperienza migratoria, anche solo all’interno del proprio paese.
La migrazione non trasforma totalmente la persona che la assume o la subisce,  perché, comunque, chi migra si porta dietro sempre qualcosa che appartiene al proprio territorio di nascita.  Si sviluppa così una duplice personalità perché da una parte il migrante si allinea con la cultura, i modi di fare, i modi anche di pensare del paese ospitante e dall’altra nel substrato rimangono sensi, atteggiamenti del paese d’origine. E spesso si ha la necessità di riprendere in mano la personalità sottesa per dar equilibrio alla propria esistenza e per questo si ritorna là da dove si è avuto origine.
Laila Wadia mette a fuoco con questo romanzo il percorso sopra descritto che in fondo appartiene ad ogni migrante.
Per questi aspetti, Il giardino dei frangipani potrebbe sembrare un saggio, invece è proprio un romanzo ove però spesso abbondano considerazioni, riflessioni propri di un romanzo-saggio.  Questa organizzazione   possiamo dire che sia l’ordito, cioè la struttura occidentale della costruzione narrativa, ma poi c’è la trama che vuole invece richiamare modi e forme di scrivere orientali, alla Sherazade, verrebbe voglia di dire. Infatti, quello che pare più interessante in questo romanzo della scrittrice indo-italiana e il substrato orientale.
Il giardino dei frangipani presenta una sorta di cornice che dà lo spunto e l’alimento alla narrazione. È un cimitero, quello cristiano di Sewri, presente nella città di Mumbai che è alla base costruttiva della trama del romanzo.
Il personaggio principale, Kumari, nata in India a Mumbai, e vissuta lì fino a poco più che vent’enne,  si è poi, per casi fortuiti, trasferita in Italia dove ha avuto successo come stilista e si è anche sposata, come pura forma, per gratificare la persona che  in Italia l’ha aiutata e sostenuta. Pura forma perché Giorgio è un gay e ha sposato Kumari per accontentare i suoi genitori che l’avrebbero diseredato se non fosse convogliato a un matrimonio.
Kumari, parte dal cimitero per intessere il terreno dei ricordi della sua vita trascorsa in India fin dalla nascita.
Tutta la prima parte del romanzo, perciò, è costituito dalle reminiscenze dell’infanzia della protagonista, del suo arrivo in Italia e del successo che vi consegue. Ma poi, emergono altre storie, altri personaggi, altre vicende legate fra di loro quasi da un filo sottile. Sono le storie di Aziz, di Kitty, di Arman, poi di Raja ed ancora di Edoardo, ecc.  C’è chi da condizione indigente ha saputo raggiungere una posizione rispettabile economicamente: si è costruito. C’è chi invece non ha saputo emergere dalla sua situazione. Ma l’attenzione della narratrice si concentra nella empatia che prova per le sofferenze della povera gente che vive nell’India, spesso costretta a rovistare fra i rifiuti per trovare ancora residui di alimenti. Kumari vorrebbe essere più incisiva nel cercare di mutare la situazione complessiva della sua India, ma poi comprende che i problemi sono giganteschi in una nazione che presenta indigenza estrema e ricchezza oltremisura. Oltre tutto nella gente c’è una sorta di rassegnazione affidandosi spesso alla possibilità di una rivincita sociale in una successiva vita.
Di sfuggita Laila Wadia tocca anche il problema linguistico per un migrante. Kumari non trova difficoltà ad utilizzare la sua lingua d’infanzia, quella lingua che l’ha vista crescere e con cui si è relazionata fino a quando non è partita per l’Italia.  L’idioma dantesco lo possiede in maniera encomiabile, ma si accorge che bastano poche settimane di assenza dal paese ospitante che anche la lingua appresa trova difficolta ad emergere. La scrittrice Jhumpa Lahiri   dice che apprendere una nuova lingua e come immergersi in un fiume per approdare all’altra sponda che però non si raggiunge mai. Un migrante si porta dietro cultura, modi di essere, strati linguistici che non si cancellano.

Infine, mi sembra sia opportuno mettere a fuoco il significato simbolico di due personaggi: Raja e Giorgio.
Del primo, un indiano legato alle tradizioni, ma con atteggiamenti che sembrano rivelare modernità ed emancipazione, Kumari si innamora e intesse una storia amorosa anche se per breve tempo. Poi cessa anche perché lei si scontra con la dimensione culturale dell’uomo. A me pare di scorgervi la rappresentazione dell’India. Kumari non può che essere innamorata dell’India e consumare il suo amore per quel territorio, ma alla fine il legame vincolante ( che presupporrebbe il non ritorno in Italia) le va troppo stretto, perché rischia di riportarla a situazioni da cui è fuggita. A me viene in mente il romanzo Neyla di Kossi Komla Ebri. Il protagonista della narrazione ritorna in Africa e si innamora di una giovane donna, che tende all’emancipazione ma ne rimane sconfitta perché muore.  Sia nell’uno che nell’altro caso l’amore per il territorio d’origine, la sua persistenza, non può durare perché il richiamo della nuova terra a cui si è approdati è più forte e consono alla propria persona.
L’altro personaggio su cui mi pare ci sia una carica simbolica non indifferente è Giorgio. Questi rappresenterebbe l’Occidente, ma più in particolare l’Europa e la sua cultura, che è paternalistica, accogliente, intensa, ma non di più. Giorgio può essere sposato, ma non ci può essere consumazione amorosa perché egli ormai è ripiegato su sé stesso nell’omosessualità. Significativa è la pagina in cui si descrive cosa è accaduto quando Giorgio e Kumari hanno dormito insieme. Quella rappresentazione di Giorgio fa pensare ad una Europa, carica di saggezza, di cultura filosofica e artistica, ma incapace ormai di rapportarsi ad una relazione con l’esterno che penetri e intessi rapporti più strutturali ed incisivi.

novembre 2020

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi "Il carro di Pickipò", ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa "La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione".
In e-book è pubblicato "Anatomia di uno scrutinio", Nel 2018 è stato pubblicato il suo romanzo "La strega di Lezzeno", nello stesso anno ha curato con Matteo Andreone l'antologia di racconti "Pubblichiamoli a casa loro". Nel 2019 è stato pubblicato l'altro romanzo "Il terrorista".

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