Interviste Supplementi

Intervista. Giulia Baggini

INTERVISTA A JULIO MONTEIRO MARTINS

DI GIULIA BAGGINI

Nella scheda della sua raccolta di poesie, “La grazia di casa mia” si legge che in Brasile l’arte poetica è sempre stata vicina alla narrativa, al linguaggio colloquiale e alla vita quotidiana. Mi può fare esempi di poeti brasiliani che rappresentano questa tendenza? Io penso a Mario Quintana, ma anche a Drummond de Andrade.

Forse il caso più straordinario è quello di Adélia Prado, la poetessa mineira che ha saputo trasformare magicamente ogni cosa semplice, ogni atto quotidiano, in qualcosa di sublime. Nei suoi versi, ogni quisquiglia, ogni banalità viene rivestita da un’aura di incanto. Adélia non è solo una grande scrittrice, ma una donna saggia, di una saggezza antica. Comunque, sì, l’apparente informalità – che tanto si adisce al nostro carattere – è presente nel meglio della poesia brasiliana da sempre, pensi a Osvald de Andrade, a Ferreira Gullar e all’essenzialità di João Cabral de Melo Neto.

– Con la sua poesia narrativa vuole quindi dare vita a un racconto. E se racconto è, è un racconto a ritroso nel tempo, ricordando “casa sua”, il Brasile?

Il carattere “narrativo” della mia poesia non è altro che una strategia poetica. Si tratta di poesia, sempre, non di racconto, però nel suo ritmo, nella sua organizzazione interna, può somigliarsi a una sorta di affabulazione. Il potenziale di coinvolgimento emotivo del lettore, in questo caso, è amplificato. Lui è dentro la poesia, come se fosse stata scritta da lui stesso Essa diventa uno specchio della sua realtà interiore.

– A cosa pensa quando scrive della “grazia” di casa sua?

È curioso, perché questo titolo può sembrare qualcosa di benevolo, di luminoso, e invece per essere compreso deve essere letto insieme al verso precedente: “Eternamente assente / dalla grazia di casa mia”. Si tratta di una spaventosa e ineludibile immagine dell’esilio, dell’essere stato scaraventato dalla vita in una terra straniera, lontano sia dalla culla che dalla tomba. Un dolore irrimediabile, un destino assurdo. Molti brasiliani ancora credono che l’unica forma possibile di esilio è quella politica, l’esilio ordinato ufficialmente dal potere. Invece, ci sono molte altre forme di esilio, qualcuna ancora più crudele dell’esilio politico perché non può avere nemmeno la dignità, il riconoscimento ufficiale, di quello.

– Il libro sarà presentato a Pistoia, dove il Brasile è di casa per la presenza del Monumento dedicato alla Forza di Spedizione Brasiliana. Come mai secondo lei si tratta ancora di una storia poco conosciuta nel mondo e addirittura quasi dimenticata in Brasile?

La risposta è semplice: gli Stati Uniti del dopoguerra, con il suo strapotere mediatico, il suo marketing schiacciante, il suo “soft power” onnipresente, ha raccontato la storia come gli pareva, e nel modo come la racconta sembra di aver fatto tutto da solo, mentre le morti erano più frequenti tra gli eserciti alleati, come quello brasiliano, che è stato il vero “ariete” che ha sfondato la Linea gotica tedesca sugli Appennini Tosco Emiliani. E ancora oggi, se sali la montagna e parli con la gente di lì, vedrai che i vecchi si ricordano benissimo, e con grande affetto, dei soldati brasiliani, con la loro musica e il loro cibo sempre condiviso con gli italiani che pativano la fame.

– Il 50° anniversario dall’inizio della dittatura brasiliana che ricorre quest’anno induce a riflettere sul valore della democrazia. Qual’è la sua riflessione su questo valore?

Sai che ho sofferto in prima persona la repressione di quegli anni, ho perso amici, ho dovuto scappare all’estero nel 1972, sono stato colpito dalla Storia come una peste maledetta. Ma sono anche fiero di aver collaborato con il ripristino della democrazia, dopo trent’anni di battaglie quotidiane. Non so quanto il Brasile di oggi sia riconoscente ai suoi combattenti per la libertà. Ma non importa. Dimenticare è un diritto, e a volte anche una benedizione. Bisogna andare avanti. Abbiamo ancora molto da fare.

– Infine un pronostico sui Mondiali 2014, non tanto calcistico ma sociale. Riuscirà il Brasile a trarre vantaggio dai grandi investimenti che sono stati realizzati per questo evento? Pensa che i guadagni saranno reinvestiti per migliorare i servizi pubblici nel campo dell’istruzione e della sanità?

Su questo argomento, leggo in Italia opinioni sempre o bianche o nere, quando la verità sta nelle molte sfumature di grigio della nostra realtà. Ma, in sintesi, sì, penso che tutto sommato avrà una ricaduta positiva socialmente parlando, anche se ora sembra una spesa folle e un’inversione delle priorità. Soprattutto perché le proteste hanno dimostrato quanto il popolo brasiliano è disposto a imporre ai governi i suoi propri interessi, e questo senz’altro accelererà la soluzione di molti problemi urgenti. È questa la forza della democrazia e delle manifestazioni libere.

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Giulia Baggini