Recensioni

L’idioma di Casilda Moreira

Adrian Bravi
L’idioma di Casilda Moreira
Exorma febbraio 2019,

raffaele taddeo

Anche quest’ultimo romanzo di Adrian Bravi è improntato sul problema della lingua. Il testo pubblicato precedentemente era stato infatti La gelosia delle lingue, una raccolta di saggi sul problema del bilinguismo e degli effetti che avvengono quando si abbandona la propria lingua per assumerne un’altra come lingua d’espressione letteraria. L’autore di origine argentina vede, nella lingua e nei riflessi emotivi inconsci derivati da migrazione o altro, un aspetto determinante per la riuscita della scrittura. Chiunque si allontani dal territorio ove viene parlata la propria lingua materna vive l’angoscia della dimenticanza e cioè quella di non padroneggiare più l’idioma materno così da correre il rischio di non poter più entrare in totale contatto con i parlanti quella lingua.

La vicenda del romanzo è semplice perché è la storia di un viaggio compiuto da un allievo di un grande glottologo alla riscoperta e possibile ricostruzione di un idioma che sta scomparendo e che ormai è possibile recuperare se si riesce a far parlare fra di loro gli unici rimasti in possesso dell’abilità linguistica di questa lingua.
Una prima considerazione che si può fare è che in questo romanzo la vena ironica molto presente negli altri romanzi è di molto attenuata. Se il tono del linguaggio sembra dimesso, anche se è possibile individuare una ricerca linguistica accurata e solida, la vena ironica che coesisteva con i personaggi e in particolar modo con i protagonisti degli altri romanzi, in questo caso è quasi assente. Negli altri romanzi le situazioni al limite dell’assurdo ne facevano del protagonista una sorta di caricatura. Nella storia di questo romanzo abbiamo le peregrinazioni  di un giovane, titubante ma certamente del tutto verosimile alle migliaia di ricercatori di ogni disciplina scientifica.
Se qualche elemento ironico è rimasto in questo romanzo di Adrian Bravi riguarda la figura del professore di glottologia che nei suoi atti e gesti assume spesso situazioni caricaturali come quando ingoia in una nuotata un corpo vivente marino che rimane però nella gola portandolo vicino alla morte e lasciandolo per molto tempo in coma.
Come è abitudine di Adrian Bravi i sentimenti delle persone che sono raccontati in questo romanzo sono sempre trattati con delicatezza. È così per l’insorgente amore fra Annibale, il giovane ricercatore linguista, e Alma, una ragazza figlia dell’oste presso cui lo studioso sta alloggiando. Il sentimento fra i due non è mai esplosivo ma fatto di delicate movenze che vengono espresse da frasi non mai intense e da comportamenti sempre rispettosi e tenui.

Nel cercare di fare l’analisi di questo romanzo più volte mi sono fermato impossibilitato a proseguire per molteplici ragioni perché a mio parere gli aspetti determinanti che sono alla base di questa narrazione esulano quasi dalla struttura narrativa e sono individuabili in alcuni indizi che rimandano però a questioni più profonde. Intanto l’assurdità che si possa ricreare con la possibilità di conservare una lingua a partire dal parlato di due personaggi e dalla loro sperabile comunicazione. Poi il legame esistete fra lingua e passioni umane. Gli ultimi due possessori di una lingua ormai non più parlata da nessuno non vogliono usarla perché quella lingua era stata usata nel momento dell’innamoramento e quando l’amore fra loro era forte e determinante. Finito l’amore anche la lingua non può essere più usata.
Credo che Adrian Bravi desideri mettere a fuoco due problemi fondamentali insiti in una persona. Il primo è dato dal senso di smarrimento quando non parlando più la lingua materna si corre il rischio di dimenticarla e specialmente di assopire, perdere gli aspetti sentimentali ed emotivi connessi a tale lingua. Non è un caso che in questo processo di translingua oggi tanto presente nella cultura italiana non pochi autori incominciano a proporre nei loro testi di prosa o poesia il doppio registro linguistico: quello materno, del paese ove sono nati e dove hanno trascorso la loro infanzia e giovinezza e quello appreso come emigrati da adulti. Essi stessi affermano poi che non si tratta di una traduzione, ma di una riscrittura di quei contenuti in una lingua e nell’altra.  È così il caso del poeta di origine albanese Gezim Hajdari, ma anche della scrittrice di origine romena Ingrid Beatrice Coman, che nella raccolta di racconti Il villaggio senza madri ci propone la doppia lingua.
Ma l’altro aspetto che mi sembra significativo è che ogni espressione linguistica è un portato di sentimenti, di emozioni, di vissuti legati al singolo individuo. Emerge il fatto che ciascuno ha una sua propria lingua irriducibile e spesso una stessa parola di una stessa lingua codificata assuma un significato totalmente diverso da una persona ad un’altra. Da questo punto di vista la comunicazione è sempre un fatto di grande difficoltà perché le stesse parole per una persona sono veicoli di alcuni sentimenti che per altra persona non lo sono o sono di diversa portata.
I ragazzi solitamente nell’età preadolescenziale e adolescenziale si costruiscono una loro lingua per differenziarsi dagli adulti e da altri gruppi. Ma la stessa cosa fanno due amanti quando usano fra di loro nomignoli carichi di significato solo per loro e spesso legati a piccole storie.
Adrian Bravi con questo romanzo, credo, voglia mettere a fuoco l’ansia presente in un migrante di accorgersi che rischia col tempo di perdere gli elementi significativi che una lingua materna ha dietro di sé, ma anche che ogni persona ha una sua propria lingua quasi irriducibile a quella degli altri e ciascuno di noi dovrebbe essere capace di ermeneutica per poter realmente intendersi con l’altro. Oltre tutto in questa società ove la comunicazione è spostata sulla virtualità piuttosto che sul visivo facciale la possibilità di fraintendersi è sempre presente. In una società ove le possibilità comunicative sono esplose il rischio reale è che invece imperi una torre di Babele con tutti pericoli sottesi alla incomprensione totale.

Raffaele Taddeo, Aprile 2019

L'autore

Raffaele Taddeo

Raffaele Taddeo

E’ nato a Molfetta (Bari) l’8 giugno 1941. Laureatosi in Materie Letterarie presso l’Università Cattolica di Milano, città in cui oggi risiede, ha insegnato italiano e storia negli Istituti tecnici fin dal 1978. Dal 1972 al 1978 ha svolto la mansione di “consulente didattico per la costruzione dei Centri scolatici Onnicomprensivi” presso il CISEM (Centro per l’Innovazione Educativa di Milano). Con la citata Istituzione è stato coautore di tre pubblicazioni: Primi lineamenti di progetto per una scuola media secondaria superiore quinquennale (1973), Tappe significative della legislazione sulla sperimentazione sella Scuola Media Superiore (1976), La sperimentazione nella scuola media superiore in Italia:1970/1975. Nell’anno 1984 è stato eletto vicepresidente del Distretto scolastico ’80, carica che manterrà sino al 1990. Verso la metà degli anni ’80, in occasione dell’avvio dei nuovi programmi della scuola elementare, ha coordinato la stesura e la pubblicazione del volumetto una scuola che cambia. Dal 1985 al 1990 è stato Consigliere nel Consiglio di Zona 7 del Comune di Milano. Nel 1991 ha fondato, in collaborazione con alcuni amici del territorio Dergano-Bovisa del comune di Milano, il Centro Culturale Multietnico La Tenda, di cui ad oggi è Presidente. Nel 1994 ha pubblicatp per il CRES insieme a Donatella Calati il quaderno Narrativa Nascente – Tre romanzi della più recente immigrazione. Nel 1999 in collaborazioone con Alberto Ibba ha curato il testo La lingua strappata, edizione Leoncavallo. Nel 2006 è uscito il suo volume Letteratura Nascente – Letteratura italiana della migrazione, autori e poetiche. Nel 2006 con Paolo Cavagna ha curato il libro per ragazzi Il carro di Pickipò, ediesse edizioni. Nel 2010 ha pubblicato per l’edizione Besa La ferita di Odisseo – il “ritorno” nella letteratura italiana della migrazione.

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