Natività

Dopo tutto, il cielo di novembre
sui nostri campi spianati,

un osso bollito, un polmone esangue.
Lino stoppia, cenere e stoppini consumati.

Fumo sottile a mezza distanza,
come se il raccolto fosse una guerra –

nel disgelo l’armatura spianerà, affonderà,
ricomincerà. Ma poi il brunito orizzonte orientale,

splendente sull’acciaio consunto, e d’improvviso cadde la neve.
Cumuli alti fino all’anca soffiati contro la siepe del giardino.

Volevi passeggiare fuori così trovai i nostri cappotti invernali
nell’armadio del seminterrato. Ci stavano ancora bene.

Pensavo all’erba del pascolo aggrovigliata
dove un cervo è disteso. Orma

dormiente del corpo intessuta nella lana –
polvere, capelli vecchi, sudore, acqua di colonia. Nella neve

eravamo fatti nuovi. Neve, un freddo crisma
sulle ferite dell’ultima stagione. Ridevi

come sa un bambino, alleggerito,
con la bocca aperta, il cielo davanti,

la neve si scioglieva sulla tua lingua.
La testa rasata per l’operazione,

nel cappotto marrone sembravi un monaco felice,
così ti raggiunsi. Storditi dalla gloria e dalla neve

cadente, cedettero le ginocchia, risalimmo
nelle nuvole gelate del nostro respiro,

e respirammo in quei piccoli fantasmi
di chi eravamo proprio attimi prima.

 

Traduzione di Angela Caputo