Racconti e poesie

Vita

Dunque, siamo liberi, andiamo a conoscere il mondo,
disse l’amico.
Perché parli sottovoce?
Meglio essere prudenti,
qui ci sono soldati e di là c’è la frontiera da attraversare a piedi.
Dunque, siamo liberi, perché non andiamo a nuoto?
disse l’amico,
Bisogna conoscere il mare e la rosa dei venti.
Hai ragione. Ma perché cammini piano?
Meglio essere riflessivi,
di qui c’è il deserto e di là ci sono gli squali.
Dunque, andiamo. Cosa hai portato per il viaggio?
Poca roba,
pane nero, cibo in scatola e un turbante per ripararsi dal sole.
Soldi, documenti, mappe?
Immagina di essere ricco, i ricchi non portano soldi,
immagina di essere neonato, i fuggitivi non portano certificati,
immaginiamo di essere disperati, un posto vale l’altro,
dunque, andiamo.
Tu hai mai visto uno partire e poi tornare?
Hai mai sentito un neonato piangere?
Hai mai incontrato un disperato in paradiso?
Dunque, andiamo, qui fa buio presto,
disse l’amico,
Cosa hai portato nello zaino?
Il necessario,
Pane nero, una bottiglia d’acqua e un libro per ingannare il tempo.
Orologio, foto ricordo, matita e diario?
A cosa serve misurare il tempo dove la vita è un miraggio?
A cosa serve il passato quando il ricordo è una condanna a morte?
A cosa serve poter leggere e scrivere quando tutto è contro?
Dunque, andiamo,
disse l’amico.
Va bene, ti racconto una storia, poi decidi:
a scuola e nel tempio e nei libri di storia impariamo tante belle parole:
dignità, libertà, democrazia, uguaglianza e amore.
Ieri, per la strada del campo, qualcuno ha chiesto un pezzo di pane,
la polizia, per timore di disordini generali, l’ha portato al commissariato,
arrestato per fame.
In fabbrica, in città e in campagna impariamo tante belle cose:
armonia, doveri, responsabilità e senso civico.
Ieri, alla manifestazione studentesca, qualcuno ha letto una poesia,
la polizia, non sapeva cosa altro fare, l’ha portato in ospedale,
ricoverato per amore di patria.
Nel discorso di fine anno, all’università e ai summit internazionali sentiamo tanti bei discorsi:
equità, impegno, decrescita felice, onestà intellettuale e pace.
Ieri, alla giornata mondiale contro la fame del mondo, qualcuno ha chiesto un pugno di riso,
la polizia, nel vedere alzato il pungo chiuso, l’ha immobilizzato a terra,
ammanettato per troppa vivacità.
Alla radio e in tv trasmettono tanti bei dibattiti:
libertà di pensiero, tolleranza e eguaglianza.
Ieri, all’edicola centrale, qualcuno ha chiesto l’ultimo numero del giornale satirico “ma va là”,
la polizia, per timore di emulazione, l’ha portato al fresco,
matto per legge.
Ogni anno i grandi della terra liberano migliaia di colombe bianche in segno di pace.
Ieri, contemplando la nostra miseria, qualcuno ha alzato le braccia al cielo,
la polizia, scambiando il gesto di preghiera con un gesto di sfida, ha sparato,
morto a tradimento.
L’occidente è alla ricerca disperata di moderati, l’oriente pure.
Ieri, rispondendo ad un annuncio, qualcuno ha messo l’abito da festa e ha scritto dieci desideri:
la polizia occidentale, a causa delle troppe richieste, ha strappato la domanda in mille pezzi.
La polizia orientale, per dimostrare la sua cieca fedeltà al regnante, ha spezzato la matita in mille pezzi,
l’abito da festa è l’unica traccia rimasta sul barcone naufragato,
morto ottimista.
Altrove, il tempo è segnato da quattro stagioni,
disse l’amico,
profumo di foglie secche, pioggia, sole e fiori.
Perché annusi l’aria come fanno i cani randagi?
Sento odore di carne bruciata.
Sarà la primavera araba!
disse l’amico, sicuro.
Dunque, andiamo prima che arrivano i corvi.
Nel centro e nelle preferire vediamo campeggiare dei bellissimi e giganteschi manifesti:
Dio, Patria, Re.
Ieri, alla cerimonia funebre del monarca, qualcuno gridò “Il Re è morto”.
La polizia, scambiando il Re con Dio, l’ha menato fino a sangue,
poverino, è morto troppo giovane.
In Africa, in Asia e in tante altre parti del mondo impariamo la geografia a memoria:
di qua c’è il filo spinato, di là ci sono i campi minati.
Ieri, celebrando la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, qualcuno voleva andare oltre,
la polizia, che non ama mai vedere la massa in movimento, l’ha fermato in tempo,
trattenuto a oltranza.
In Europa, in America e in tante parti del mondo ci insegnano la storia ad occhi chiusi,
di qua c’è la libertà individuale, di là ci sono le risorse primarie da sfruttare.
Ieri, festeggiando la giornata contro lo sfruttamento dei minori, qualcuno disse “Ora basta!”,
le polizie, quelle di qua e quelle di là, hanno unito le loro forze:
quelle di qua sparavano pallottole vere,
quelle di là, invece, sparavano di tutto.
In mezzo alle due file di polizie, l’Onu ha allestito un campo profughi.
Ho deciso, dunque, partiamo lo stesso,
disse l’amico.
Hai ragione, andiamo, qui non succede mai niente,
non si può avanzare, non si può tornare indietro e piove di rado.
Hai mai visto nascere l’arcobaleno?
disse l’amico.
No,
ho visto la morte danzare tra le tende.
Ieri, bestemmiando per il dolore, qualcuno gridò “Aiuto!”,
la polizia, nel sentire le lamentele, ha scambio il colera con la collera,
è stata un’azione fulminante e la Croce Rossa non ha potuto fare nulla.
Dunque, andiamo finché siamo in forma,
disse l’amico.
Cosa portiamo in questo viaggio, un ricordo, una traccia o una speranza?
Niente,
i numeri hanno memoria ma non tornano mai indietro.
Mi hai convinto, qui non succede mai niente,
andiamo a sentire la pioggia, vedere l’arcobaleno.
Vita.

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Muin Masri

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