Vivida mon amour

Andrea Vitali   Giancarlo Vitali
Vivida Mon amour
cinquesensi      2014

raffaele taddeo

L’ultimo breve romanzo di Andrea Vitali della collana “cinquesensi” è caratterizzato da alcune linee costruttive  che fanno leggere gli avvenimenti e i suoi personaggi su piani diversi.
Si potrebbe dire in controluce quasi che il narratore abbia presentato il negativo di una foto ove l’immagine che appare più nitidamente quando poi la si va a sviluppare è quella più scura e viene messa in primo piano quella che a prima vista doveva essere più offuscata o messa in secondo piano.
Vivida, che dà il nome alla narrazione è un pretesto, è una sorta di donna dello schermo, non perché si voglia invece parlare di un’altra donna come avviene ne “La vita nova” di dantesca memoria, ma perché si desidera invece mettere a fuoco l’io narrante e la sua modalità di relazione con l’altro sesso.
Sia nell’introduzione di Leonardo Castellucci che per stessa dichiarazione di Andrea Vitali alla presentazione fattane a Bellano si afferma e si è affermato che il breve romanzo parte da alcuni spunti autobiografici modificati e arricchiti da elementi fantastici che hanno reso il testo brioso, ironico, spesso ossimorico sul piano del rapporto fra linguaggio e caratteristica del personaggio femminile o delle circostanze narrate.
Un’autobiografia in cui si invita il lettore fin dal titolo a prestare attenzione a Vivida, alla sua ignoranza, alla sua relativa femminilità salvo nelle forme dalle caviglie alla rotondità del fondoschiena. Altre rotondità sono appena accennate, quasi inesistenti. E’ descritta come elegante, quando vuole esserlo ed anche affascinante se riesce a coprire le sue forme con vestiti adatti e nascondere il suo alito fatto di aglio appena ingerito e allontanarsi dal suo ambiente di vita in cui aleggia un persistente  afrore di concime naturale. Mascolina tuttavia nei modi di fare, parlare, rapportarsi così che all’io narrante viene anche il dubbio che fra lui e lei ci possa essere uno scambio di genere in un contrasto biologico.
Tutti espedienti questi tendenti a deviare l’attenzione del lettore da qualcos’altro di più importante, di più significativo, di più intimo e inconfessabile. Anche lo stesso linguaggio, a volte insistito in alcune preziosità terminologiche, altre volte più canalizzato verso un eloquio volgare per le molteplici “parolacce” espresse, assume la stessa funzione di spostare l’attenzione del lettore e farlo soffermare su aspetti che poi sono secondari  e che rivelano l’attenzione del narratore di porre una sorta  di quinta fra sé e la curiosità del lettore.
A questo punto diventa importante cercare di cogliere il senso ultimo della comunicazione fatta attraverso questa brillante narrazione. Come già detto all’inizio sembra che il tutto verta sul come l’io narrante si rapporti col genere femminile. In questo caso la donna presentata è zotica e forse anche villana, non espressione dell’universo femminile certamente e tuttavia se  Vivida non parla e si acconcia con grazia non è per nulla diversa da ogni altra figura femminile e porta allo stesso turbamento. C’è chi di fronte alla donna e al turbamento avvertito risponde con aggressività, oppure con delicatezza, o in cento altri modi, in questo caso il turbamento veicolato da due caviglie, da un fondoschiena conduce all’appannamento dell’io razionale.  Il narratore nelle varie vicende narrate in fondo mette a fuoco proprio questo elemento: un disorientamento della sua facoltà raziocinante incapace di decidere, di preordinare, di predisporre, di organizzare.
Forse che allora il narratore abbia voluto descrivere la fisiologia dell’innamoramento? Non mi sembra perché l’innamoramento trova il suo ubi consistam nel tormento per la lontananza, per l’assenza della persona amata, nel vuoto che si produce quando la persona amata non è vista, non è visivamente percepibile.   Tutto questo non è descritto dal narratore di questo testo che sembra invece alludere alla ipotetica possibilità di “rimorchiare” Vivida, mentre invece proprio di questo è incapace perché nel momento in cui Vivida  entra nella sfera di prossimità dell’io narrante ecco che, al di là di ogni intenzione e finalità di approccio, meccanismi di intorpidimento dell’io razionale si manifestano ed incidono notevolmente sul proprio comportamento.
Siamo forse allora di fronte ad una sorta di confessione dell’io narrante della sua personalità, delle sue debolezze, delle sue incertezze. Se poi l’io narrante coincide con l’autore allora fa capolino la dimensione autobiografica. Andrea Vitali sembra dire. Volete conoscermi: ecco cos’ero in gioventù e forse lo sono ancora adesso.
Ma qualche riflessione sulla autobiografia va pur fatta. E’ proprio vero che un autore, nelle vesti dell’io narrante, descrive la sua personalità, il suo io, la sua identità?
Ogni biografia è sempre e comunque una finzione perché pur anche  si descriva qualcosa di realmente accaduto, quell’accadimento è stato scelto fra i mille altri che sono avvenuti e nel momento della scelta viene proiettato il quid di ideale, di voler apparire, volere essere.
La nostra identità non è mai quella che a noi appare perché come ci insegna Pirandello, noi siamo uno, nessuno, ma anche e specialmente centomila a seconda dei momenti, degli spazi, degli incontri.
Ogni nostra descrizione autobiografica è sempre e comunque un falso e quando è inserita in un’opera letteraria è sempre e comunque letteratura e perciò finzione veicolata da parole.
A ciascuno dei lettori dei testi  del narratore bellanese piacerà, pur dopo aver letto questo breve romanzo, ancora viverlo come se l’è creato nella sua fantasia, come se l’è immaginato,  per poter continuare a conversare con lui nel silenzio della propria mente  mentre sta leggendo l’ultima sua opera capace di sollevarlo dalle fatiche quotidiane e trasportarlo in uno spazio utopico ove serenità e felicità coesistono.

 Aprile 2014