Dante

Lettera a Dante Alighieri

22 Marzo 2021

Caro Dante,

mi rivolgo a te con questa familiarità, in quanto ti considero un conoscente, nonostante siano trascorsi settecento anni. Tu, hai sempre fatto parte della mia vita. Sei il padre della lingua italiana. Una lingua che ha permesso ai miei genitori di incontrarsi, amarsi e vivere insieme un matrimonio durato fino alla vecchiaia.

Ora ti racconto come si è svolta la loro storia. Mia mamma era una bellissima giovane donna somala che viveva a Mogadiscio.

Ti domanderai: “Dove è Mogadiscio?”

Non ti preoccupare, sono passati secoli dalla tua morte e tante cose sono cambiate. Mogadiscio è la capitale della Somalia, uno stato che si trova nel continente africano. È molto lontana dall’Italia. Sinceramente anche io, al momento della mia nascita a Mogadiscio, non sapevo dove fosse Firenze. Ti sembrerà tutto un pasticcio, ma ora ci arrivo e ti spiego come è avvenuto il nostro incontro del tutto casuale e naturale per me.

La lingua italiana è stata la lingua dell’amore tra i miei genitori. Mio padre era di origine pakistana, nato nell’isola di Zanzibar. Egli era un bell’uomo: giovane, alto, dalla carnagione bruna, capelli neri come la notte e due occhi marroni che si vedevano dietro ai suoi occhiali rotondi. Lui era un dipendente civile, impiegato alla Barclays Bank. Non era un militare, ma era venuto dal Kenya al seguito delle truppe inglesi che nel 1947 hanno occupato la Somalia, dopo che l’Italia ha perso la guerra.

Papà parlava perfettamente l’inglese, lo swahili e l’urdu, ma non l’italiano. Me lo immagino quando timidamente costruiva le frasi in italiano raccolte nel suo dizionario English-Italian. Un libricino tascabile, comprato apposta per questo viaggio. La copertina nera, con il tempo e l’usura si è scolorita e le pagine sono sgualcite. Io conservo questo ricordo di mio padre con affetto ancora oggi in una scatola con tutte le sue lettere. Delle volte fantastico e penso alle sue prime conversazioni con mia mamma, i suoi gesti, le sue emozioni e gli sguardi di un uomo innamorato. E poi la dichiarazione detta con il cuore in gola: “Habiba mi vuoi sposare?”

Quando sono nata io, l’italiano era uno dei tanti suoni familiari che echeggiavano in casa mia. Ho visto il tuo volto prima ancora di andare a scuola. Eri lì, sulla mia tavola, che mi guardavi serio con quel viso spigoloso e il naso aquilino dalla bottiglia dell’olio d’oliva Dante che mia madre usava per condire il bollito di carne e le verdure.

La mia compagna di scuola elementare si chiamava Beatrice, e su fratello maggiore Dante. Di cognome facevano Alighieri. Allora questa omonimia non mi diceva nulla. Soltanto alle scuole medie ho fatto i primi incontri con te e la tua opera. Al liceo, devo confessarti non è sempre stato facile seguirti, e in alcuni momenti lo trovavo pesante. Eppure ancora oggi, parecchi decenni dopo aver lasciato i banchi di scuola, il mondo della Divina Commedia è vivo nella mia immaginazione. I tuoi versi appesi nella mia memoria come foglie trasportate dal vento.

Mi riaffiorano i ricordi sbiaditi dei pomeriggi trascorsi al Centro Culturale Dante Alighieri di Mogadiscio. Riscopro i connotati della mia sete di conoscere il mondo e di scoprire nuove culture che non mi ha mai abbandonato. La mia grande passione per il cinema, allora era la mia unica finestra sul mondo. Noi studenti andavamo a vedere i film italiani con la nostra docente di lettere che poi commentavamo tutti insieme.

I miei compagni di istituto provenivano da famiglie benestanti, noi sapevamo di appartenere ad una élite, poiché avevamo la possibilità di frequentare delle scuole esclusive. Allora, la pur ricca lingua somala era orale, diventa una lingua scritta nel 1972 adottando l’alfabeto latino. Buona parte della popolazione non ha avuto quella opportunità, di accedere alle scuole italiane. Però i somali, dotati da una innata creatività, adattavano le parole dette in italiano pronunciandole nella fonetica di af-somali. Da questa simbiosi nascevano nuovi vocaboli derivati dall’italiano, o da qualsiasi altra lingua. Ancora oggi, anche se l’italiano non è più parlato dai giovani della Somalia, tali vocaboli o espressioni verbali vengono ancora abitualmente usate.

Caro Dante, come è scoppiata la guerra nella tua Firenze tra i Guelfi e i Ghibellini, anche nella mia Mogadiscio è esplosa una guerra tra le fazioni. Uno scontro con armi moderne e micidiali, che distruggono infrastrutture, case, donne, bambini e anziani. È una guerra civile durata decenni con tanti morti e famiglie dislocate nel mondo.

Mi dispiace per la tua morte prematura avvenuta a causa della malaria che hai contratto mentre passavi dalle paludose Valli di Comacchio. Eri giovane, avevi solo cinquantasei anni. Voglio farti sapere che nel continente africano dove sono nata, ancora oggi, nonostante la medicina abbia fatto grandi passi debellando molte malattie rispetto ai tuoi tempi, migliaia di bambini muoiono di malaria.

Io ho una decina di anni più di te e sinceramente mi piacerebbe incontrarti in una maniera informale, magari seduti all’ombra di un gigantesco baobab, in modo da conversare come due amici di vecchia data. Ti offrirei una bella tazza di tè speziato; sicuramente una bevanda che tu non hai mai assaporato.

Mi piacerebbe ascoltare la tua voce per sentire se anche tu hai la “h” aspirata dei molti toscani che ho incontrato in giro per il mondo.

Sono curiosa di vedere se sotto a quell’austero copricapo che porti sempre, di che colore sono i tuoi capelli. Sei stempiato o sei calvo?

Vorrei darti in mano un cellulare, per farti leggere come la lingua italiana nel terzo millennio si sia trasformata tra i giovani. Oggigiorno credo che avresti una certa difficoltà a mantenere il tuo ideale di “donna angelo”. 

Riposa in pace caro amico. Chissà, forse questa chiacchierata un giorno ce la potremo davvero fare.

Con affetto e stima.

Shirin Ramzanali Fazel

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